Alfabeto della salute animale

A B C D E F G H I L M N O P Q R S T U V W X Y Z


A
    ABORTO
  • Si definisce come la perdita del feto in seguito a riassorbimento in una fase precoce della gravidanza od ad una sua espulsione.
    L'aborto spontaneo consegue a morte dell'embrione per una serie di cause di natura diretta quali malattie infettive, malformazioni, traumi od indiretta legata ad alterazioni della placenta o dell'apparato genitale. L'aborto provocato è indotto tramite la somministrazione di prodotti farmacologici in grado di impedire l'incontro tra gameti maschili e femminili o l'impianto in utero dell'embrione. In caso di aborto spontaneo andranno accertati i motivi dello stesso attraverso una serie di accertamenti di laboratorio e/o strumentali.
    Nella specie canina e' opportuno stabilire se questo è conseguente ad una noxa di natura infettiva(Brucella canis , Herpesvirus, Toxoplasma gondii, Micoplasma ed Ureaplasma, cimurro, parvovirus, germi aspecifici), a cause che coinvolgono l'utero come un'iperplasia endometriale cistica, una piometra, all'uso di estrogeni, agenti chemioterapici, prostaglandine, glucocorticoidi, a squilibri ormonali (ipotiroidismo, ipoluteismo), ad anomalie fetali.
    Nel gatto l'aborto può verificarsi in seguito all'azione di agenti viventi quali il virus della panleucopenia felina, rinotracheite del gatto, leucemia felina, germi aspecifici (E.coli, Salmonella spp., Streptococcus spp., Staphylococcus spp.), parassiti come il Toxoplasma. Possono intervenire fattori non infettivi come malformazioni fetali, dimensioni eccessive del feto, insufficiente diametro del bacino, inerzia uterina, prolasso, squilibri metabolici, endocrinopatie, alterazioni della placenta, impiego maldestro di farmaci dotati di azione abortigena, stress di notevole entità. La sintomatologia, in caso di aborto, può, nelle prime fasi della gravidanza, non essere manifesta oppure essere caratterizzata da perdite di sangue o di essudato purulento dalla vulva associate ad addome teso e dolente alla palpazione, abbattimento, disidratazione, febbre. Il materiale espulso dalla gatta o dalla cagna va trattato come se potenzialmente infettante, per cui è buona norma isolare l'animale , procedere alla distruzione del materiale eliminato e ad un'accurata disinfezione ambientale. La terapia farmacologica si basa sull'impiego di chemioterapici per via sistemica, si può iniziare con l'uso di antibiotici a largo spettro per passare successivamente ad altri in base al risultato dell'antibiogramma eseguito a partire da un eventuale prelievo dello scolo vaginale. E' opportuno somministrare farmaci per realizzare lo svuotamento dell'utero, quali l'ossitocina nella cagna o la prostaglandina F2 alfa nella gatta. Nei soggetti disidratati sarà consigliabile il ricorso a soluzioni elettrolitiche reidratanti per via endovenosa. L'aborto può essere provocato farmacologicamente dopo essersi accertati che la cagna o la gatta si siano effettivamente accoppiate; per stabilire se un animale è gravido si può ricorrere ad un esame ecografico, che , però, è in grado di dare un risultato attendibile solo a distanza di 20-25 giorni dalla data del presunto accoppiamento. Prodotti farmacologici ad attività abortigena sono rappresentati , tra gli altri, dalla prostaglandina F2 alfa, un agente luteolitico che induce la dilatazione della cervice uterina e stimola le contrazioni del miometrio, dalla bromocriptina, un inibitore della sintesi di prolattina, dagli estrogeni ,dalla cabergolina.

    ACNE
  • E' un processo infiammatorio, ad andamento cronico, che generalmente si manifesta in corrispondenza di labbra e mento di animali giovani, contraddistinto da follicolite e foruncolosi. Sono più frequentemente colpiti cani appartenenti a razze a pelo corto e si ritiene che nel determinismo della malattia la predisposizione genetica giochi un ruolo significativo. Inizialmente la lesione ha inizio sotto forma di papule eritematose, che vanno, poi, incontro ad un inquinamento batterico, assumendo i caratteri di un'infiammazione similpurulenta (pustole). La diagnosi scaturisce dall'esame clinico e dall'esclusione di altre cause attraverso l'esecuzione di opportuni test. Il trattamento è in funzione della gravità e dell'estensione del processo patologico in atto; sarà opportuno tenere pulita la parte interessata, impiegando shampoo o gel al benzoilperossido (al 2% da impiegarsi1 o 2 volte la settimana), pomate a base di mupirocina (al 2%, da applicarsi 2 volte al dì per 3-6 settimane); si dovrà evitare di esercitare qualsiasi compressione sulle aree colpite per evitare la diffusione dell'infiammazione. Localmente si potranno applicare pomate a base di clindamicina od eritromicina, retinoidi sotto forma di gel, corticosteroidi per ridurre la flogosi. Per via sistemica possono impiegarsi antibiotici in grado di combattere le infezioni batteriche profonde, come le cefalosporine, la clindamicina o l'amoxicillina associata all'acido clavulanico. In caso d'insuccesso della terapia antibiotica, è consigliabile procedere ad un esame batteriologico del materiale prelevato dalle pustole ed all'effettuazione di un antibiogramma. Dopo la risoluzione dei sintomi clinici, si potrà ridurre progressivamente la posologia dei farmaci nell'arco di 2-3 settimane, mentre una volta terminato il trattamento sarà opportuno tenere sotto osservazione l'animale per evidenziare eventuali recidive, continuando per un determinato periodo nell'opera di pulizia della parte colpita.

    AGGRESSIVITA'
  • L'aggressività è una manifestazione attiva, che consiste in atteggiamenti di minaccia, sfida od esibizione nei confronti di un altro essere vivente. Essa può essere di tipo offensivo, difensivo o predatorio. Varie sono le situazioni in cui questa si appalesa, come ad esempio:
  • L'aggressività materna, legata al periodo della gravidanza od al momento del parto. La madre può percepire o meno una minaccia e reagire ringhiando o tentando di mordere. Se disturbata eccessivamente può arrivare a fenomeni di cannibalismo.
  • L'aggressività da dolore, connessa a traumi, a sindromi dolorose, ad iniezioni.
  • L'aggressività nel gioco comporta abbaio, ringhio o tentativi di mordere .
  • L'aggressività predatoria si manifesta quando l'animale punta od insegue silenziosamente degli animaletti od oggetti in movimento come biciclette.
  • L'aggressività da paura è caratterizzata inizialmente da testa abbassata, occhi sbarrati, coda stretta tra le gambe, cui consegue un atteggiamento di attacco.
  • L'aggressività da dominanza è generalmente correlata alla maturità sociale (18-24 mesi), si presenta quando l'animale è avvicinato mentre mangia, dorme o sta giocando, se è rimproverato o allontanato dalla cuccia. In questo caso il cane contesta il ruolo di capo svolto dall'uomo.
  • L'aggressività territoriale è conseguenza della protezione di un determinato luogo nei confronti di estranei che tentano di avvicinarsi alla casa, all'automobile od anche del proprietario se questi è "minacciato". Per attuare un trattamento efficace si dovrà intervenire su più fronti, tenendo presente che di aggressività raramente si guarisce. Si possono fornire alcuni semplici consigli riguardo alle possibilità di intervento nei vari casi di alterazione del comportamento. Potrà essere opportuno recintare in modo idoneo l'area in cui vive l'animale, abituarlo a portare la museruola o ad essere legato alla catena, iniziare un programma graduale di addestramento, utilizzando ambienti differenti, per ripristinare il predominio del proprietario istruendo l'animale al rispetto di alcuni semplici comandi e premiandolo solo se li esegue. Fondamentale è cercare da parte sua il rispetto dell'obbedienza, sottoponendolo ad una serie gradualmente crescente di situazioni che precedentemente ne stimolavano l'aggressività. Di scarso risultato è l'attuazione di terapie farmacologiche, che si basano essenzialmente sul ricorso agli antidepressivi triciclici.

    ALIMENTAZIONE
  • L'alimento fornito all'animale deve soddisfare le sue esigenze energetiche e nutrizionali al fine di assicurare il suo benessere e mantenerlo in salute. Un regime alimentare bilanciato ha come fondamento una dieta equilibrata da cui un cane od un gatto può ricavare il suo fabbisogno quotidiano di energia ed elementi nutritivi. La maggior parte degli animali domestici in Italia è costituita da soggetti adulti che vivono prevalentemente in un'abitazione , in un clima temperato e sono integrati come membri a tutti gli effetti del nucleo familiare . Negli ultimi anni la nutrizione di cani e gatti ha subito una vera e propria rivoluzione, contraddistinta dalla marcata introduzione nelle abitudini degli italiani dell'uso degli alimenti industriali, che stanno progressivamente andando a sostituire il pasto preparato in casa. Tale tendenza ha visto il nostro Paese allinearsi a quanto avvenuto da tempo in altre nazioni, in cui il mangime ha registrato una notevole diffusione. I vantaggi di una tale scelta vanno ricercati nella praticità, nella facilità di impiego e conservazione, nel costo più contenuto , nella possibilità di utilizzare alimenti formulati tenendo presenti le peculiari esigenze nutrizionali dei piccoli animali. Il pet food ( nome inglese del mangime per cani e gatti ) può suddividersi in:
    • alimento completo, in grado di soddisfare interamente il fabbisogno nutrizionale quotidiano;
    • alimento complementare, capace di apportare solo in parte quanto giornalmente necessario all'animale;
    • alimento dietetico, da adottarsi quale supporto nutrizionale nel corso di affezioni patologiche di diversa natura.
    oppure
    • alimento secco, se il suo contenuto in umidità è inferiore al 10-12% ;
    • alimento umido , se il contenuto in umidità è compreso tra il 68 ed il 78%;
    • alimento semiumido, se il contenuto in umidità si pone tra il 15 ed il 30 %
    L'etichetta , stampata sul mangime , riporta una serie di dati utili per il consumatore, quali :
    • l'analisi chimica, suddivisa per principi nutritivi presenti come umidità, proteine, grassi.
    • La lista degli ingredienti, che può essere espressa sotto forma di categorie ( carni, pesce, latte , cereali, ecc.) od elencata in modo specifico e dettagliato.
    • Gli additivi impiegati , ammessi dalla legislazione europea .
    • Le vitamine e gli oligoelementi presenti ( obbligatorio è indicare il contenuto di Vitamina A,D,E e rame ).
    • Le modalità d'uso cioè le quantità da somministrare all'animale in funzione generalmente della sua taglia.
    • Il nome del produttore.
    • Il peso netto.
    Nella somministrazione di un alimento andrà sempre rispettata la regola della così detta transizione, cioè del non variare nell'animale l'alimentazione in modo repentino, ma gradualmente mescolando al cibo che si vuole sostituire, nell'arco di una settimana, quantitativi crescenti del nuovo nutrimento. Cani e gatti hanno particolari abitudini alimentari. Il cane andrà abituato a mangiare ad orari regolari, preferibilmente, se adulto, suddividendo la quantità giornaliera in due somministrazioni, cercando di evitare di effettuare un pasto a tarda sera, dal momento che l'animale può aver bisogno di eliminare feci ed urine entro poche ore dall'assunzione del cibo. I cuccioli vanno nutriti durante lo svezzamento quattro - cinque volte al giorno, successivamente in fase di crescita tre - quattro volte al dì. Allorché il cucciolo ha raggiunto la metà del peso da adulto, il numero dei pasti può essere ulteriormente diminuito a due al giorno. I cani da lavoro e le femmine che allattano, che richiedono un'assunzione energetica da due a quattro volte superiore rispetto ad un normale cane adulto in funzione della loro taglia, trarranno beneficio da pasti più frequenti. Diverso è il comportamento dei gatti, essi preferiscono mangiare più volte al dì dal momento che sono in grado di regolare la propria assunzione energetica. Nel gatto un ruolo primario nella scelta di un alimento è determinato dal gusto, dall'odore e dalla struttura dello stesso. Prediligono cibi solidi di consistenza simile alla carne degli animaletti da loro cacciati, che non siano ad una temperatura troppo bassa od alta. Non amano le verdure, infatti, solitamente evitano di ingerire l'intestino (ricco di fibre) delle loro prede

    Alimentazione del cucciolo I gattini alla nascita di solito pesano tra gli 80 ed i 140 g.. Essi dipendono interamente dalla madre per le prime quattro settimane di vita. Aprono gli occhi tra il 10° ed il 16° giorno dalla nascita, l'udito inizia a funzionare tra il 15° ed il 17°, i denti decidui compaiono tra il 21° ed il 35° giorno. Alla quarta settimana i gattini avranno triplicato il peso alla nascita ed iniziano ad esplorare l'ambiente. In questo momento può avere inizio la fase di svezzamento o di sostituzione graduale del latte con altri cibi. Durante lo svezzamento, l'animale deve abituarsi a nuovi sapori, alla conformazione del nuovo alimento ed il suo apparato digerente deve venire a contatto con nuove molecole di proteine, lipidi, carboidrati. Per il gattino non costituisce un problema iniziare a mangiare del cibo umido o dei fini pezzetti di carne posti in un piatto poco profondo. La maggior parte delle madri continuerà ad allattare i propri piccoli sino alla settima od ottava settimana dopo il parto. A questa epoca la percentuale di alimento assunto indipendentemente dalla gatta dovrebbe essere almeno del 90%. Un gattino svezzato potrà pesare dai 600 ad 1 Kg, il maschio più della femmina, sarà molto attivo e trascorrerà gran parte del suo tempo giocando; raggiungerà a sei mesi di età quasi il peso definitivo da adulto intorno ai 2.5 Kg per le femmine ed ai 3.5 Kg per i maschi. L'alimentazione del cucciolo inizia nel periodo di svezzamento intorno alle tre - quattro settimane di vita, allorché questi inizia ad esplorare attivamente l'ambiente circostante. A questa età si abituerà immediatamente ad assumere cibi morbidi ed umidi facilmente digeribili. Come il gattino, potrà mangiare un alimento umido, sminuzzato. Si dovrebbe nutrire tutta la cucciolata nello stesso momento per incoraggiare la competitività tra cuccioli. Il fabbisogno energetico durante la crescita è variabile e dipende da numerosi fattori come taglia, sesso, attività svolta ed ambiente. L'alimentazione del cucciolo riveste una notevole importanza in quanto è in grado di condizionare crescita e sviluppo definitivo. Alla nascita il cucciolo continua a dipendere dalla madre, da cui avrà ricevuto nei primi giorni di vita il colostro, attraverso il quale gli saranno trasferite le difese immunitarie. In questa fase sarà importante controllare che:
    • tutti i cuccioli si attacchino ai capezzoli;
    • tutti i cuccioli ricevano quantitativi di latte sufficienti e crescano in modo armonico (il peso alla nascita deve aumentare del 5-10% ogni giorno);
    • la temperatura ambientale sia compresa tra 25 e 28 °C.
    In caso di cuccioli orfani o di madri impossibilitate a nutrirli si può intervenire o ricorrendo ad un'altra femmina in grado di allattarli o mediante l'allattamento artificiale. E' da tenere presente che il latte di cagna, rispetto a quello vaccino, è molto più concentrato e ricco di proteine, calcio e fosforo.
    Analisi media del latte di specie diverse Cagna Vacca Gatta Umidità 77.2 87.6 81.5
    Proteine 22.8 12.4 18.5
    Grassi 8.1 3.3 8.1
    Lattosio 3.5 4.7 6.9
    Calcio 0.28 0.12 0.04
    Fosforo O.22 0.10 0.07
    Il quantitativo di latte prodotto dalla cagna dipende in larga parte dalla sua alimentazione. I cuccioli appena nati generalmente mangiano e dormono; un aspetto importante nella loro cura, sia da parte della madre sia, in caso di cuccioli orfani, da parte del proprietario, è quello di stimolare, dopo averli nutriti e sino alle tre settimane di età, l'area ano - genitale con un massaggio per facilitare le funzioni fisiologiche. Per sostituire al latte di cagna quello bovino si può seguire la seguente formula (si tratta in ogni modo di una formula empirica, per cui si consiglia l'uso di latti artificiali reperibili in commercio): Latte fresco di vacca 800ml
    Crema o panna (12% grassi) 200ml
    Rosso d'uovo 1
    Acido citrico 4g
    vit. A 2000 U.I.
    vit. D 500 U.I.
    Lo svezzamento inizia con la somministrazione di alimenti diversi dal latte materno e termina con la completa separazione dalla madre. E' opportuno iniziarlo intorno alla 4 settimana e terminarlo precocemente, ben prima della normale cessazione della lattazione che si verifica intorno alla 10 settimana dal parto. Lo svezzamento dovrà essere graduale, poiché togliere bruscamente i cuccioli dalla madre potrebbe provocare in questa un ingorgo mammario e non consentirebbe ai piccoli di abituarsi al nuovo alimento che dovrà essere molto appetibile, nutriente e di facile digeribilità. I fabbisogni nutritivi del cucciolo si diversificano notevolmente da quelli dell'adulto. Essi sono più elevati a motivo del rapido accrescimento, soprattutto durante i primi sei mesi di vita. All'inizio dello svezzamento il cibo dovrà apportare soprattutto proteine, grassi e piccoli quantitativi di carboidrati ben gelatinizzati. Carne di buona qualità, latte in polvere specifico, uova, formaggio, omogeneizzati per cuccioli, piccoli quantitativi di cereali; gli alimenti specifici umidi o secchi previamente inumiditi sono i più indicati. Ad eccezione del latte per cuccioli e dei mangimi, tutti gli altri cibi richiedono un'opportuna integrazione minerale - vitaminica; essi vanno somministrati sotto forma di pappetta ad una temperatura vicina a quella corporea. Una volta svezzati i cuccioli crescono rapidamente ed hanno necessità di ingerire significative quantità di elementi nutritivi ed energetici in funzione della loro taglia. A quattro settimane di età bisognerebbe offrire loro quattro pasti al giorno, per ridurli gradualmente a due allorché è raggiunto il peso finale da adulto. Data la vasta gamma di pesi corporei dei cani ed il tempo necessario a raggiungere il peso finale, il momento del cambiamento nella frequenza dell'alimentazione e nelle quantità di cibo dipenderà dalla razza del cane; le razze di piccole e da compagnia raggiungeranno il loro peso corporeo da adulto al sesto- nono mese, mentre le razze giganti al diciottesimo - ventiquattresimo. Non è possibile indicare l'esatta quantità di cibo, e di energia, che dovrebbe essere somministrata al singolo animale in ogni occasione, dal momento che oltre a differenze di razza ed abitudini quotidiane di vita, si hanno diversità di tipo climatico o di grado di attività svolta. Durante l'accrescimento il cucciolo sia di cane sia di gatto deve essere alimentato con un prodotto formulato per questo periodo e nutrizionalmente adeguato allo stesso. Rispetto ad un soggetto adulto il fabbisogno in nutrienti ed energia è circa il doppio, più elevato deve essere l'apporto proteico e caratterizzato da ottima digeribilità e qualità della fonte proteica, il contenuto in calcio e fosforo calcolato sulla sostanza secca deve essere pari rispettivamente all'1% ed all'0.8%. Un aspetto rilevante nell'alimentazione dei cuccioli in crescita è la sua influenza su quantità, consistenza e frequenza delle defecazioni; massa e volume delle feci dipendono da vari fattori, compresi la quantità di sostanza non digerita con il cibo, ma anche dall'equilibrio idrico in sede enterica. I cibi maggiormente digeribili producono generalmente minori quantità di deiezioni ben conformate. In condizioni normali il cucciolo elimina feci più morbide rispetto all'adulto e ciò è correlato alla rilevante quantità di cibo consumato in proporzione alla loro taglia ed ad un tempo insufficiente per il riassorbimento dell'acqua a livello di colon.
    Alimentazione di mantenimento Il concetto nutrizionale che sta alla base di questa fase della vita dell'animale è la somministrazione di un alimento bilanciato e completo in grado di soddisfare il suo fabbisogno nutrizionale quotidiano. Il cane andrà alimentato due volte al dì, mentre al gatto potrà essere lasciato a disposizione il cibo, in quanto dotato di capacità di autoregolazione e portato a consumare piccoli pasti più volte al giorno. Da evitarsi sono i repentini mutamenti di dieta, che potrebbero provocare l'insorgenza di fenomeni gastroenterici. Si consiglia sempre di procedere alla così detta transizione, cioè alla sostituzione graduale, nell'arco di circa una settimana, del vecchio alimento con il nuovo mediante la somministrazione di dosi scalari e crescenti dell'uno e dell'altro. Il gatto è un carnivoro stretto ed ha delle peculiari caratteristiche nutrizionali, legate al suo ancestrale istinto predatorio. Necessita di un elevato apporto proteico, data la sua parziale incapacità di regolare il metabolismo aminoacidico, e della presenza nella dieta di un particolare aminoacido, la taurina; quest'ultima è contenuta nella carne di pollo, bovino e pesce, si concentra nel gatto a livello di cuore e retina ed una sua carenza provoca gravi alterazioni a carico soprattutto di detti organi, dal momento che questo animale non è in grado di sintetizzarla per un deficit enzimatico. Parimenti importante nella sua alimentazione è la presenza dell'aminoacido arginina, che è un componente essenziale del ciclo dell'urea e la cui carenza nella dieta induce la comparsa di una grave iperazotemia. L'assenza di un altro enzima, che interviene nella sintesi della vitamina A, a partire dai suoi precursori presenti nell'alimento, fa sì che il gatto necessiti dell'apporto di tale vitamina preformata. Così di basilare importanza è per la specie animale in questione la presenza nel cibo dell'acido arachidonico, data la sua incapacità di sintetizzarlo a livello epatico. Il cane è, invece, un onnivoro; gradisce maggiormente un alimento umido rispetto ad uno secco, più se caldo piuttosto che freddo, in particolare la carne bovina; la presenza dei grassi nella dieta ne incrementa notevolmente l'appetibilità. Allo stato adulto perde la capacità di digerire correttamente il lattosio, per cui è sconsigliabile la somministrazione di latte, che potrebbe indurre la comparsa di diarrea. Nel caso in cui si preferisca adottare un'alimentazione di tipo casalingo è opportuno ricordare che il cane ha problemi di assimilazione degli amidi, per cui pasta o riso devono essere somministrati stracotti. Da evitare è l'uso di carne cruda di maiale solamente perché potrebbe contenere un virus in grado di provocare l'insorgenza di un'encefalite letale (Pseudorabbia).
    Alimentazione in gravidanza ed allattamento Nel cane nella prima metà della gravidanza i fabbisogni nutritivi non subiscono modificazioni, nella seconda metà l'incremento ponderale dei feti è rilevante, per questo i fabbisogni s'incrementano sino a raggiungere un massimo del 50% in più rispetto al mantenimento. Nella gatta il peso corporeo inizia ad aumentare stabilmente dalla seconda settimana di gestazione fino al parto. Se s'impiega un alimento completo, sarà sufficiente aumentare del 20-25% la quantità di cibo normalmente somministrato. La somministrazione di più pasti il giorno facilita l'ingestione, ove si consideri che l'aumento di volume dell'utero ostacola il riempimento dello stomaco. Durante l'allattamento, i fabbisogni aumentano notevolmente e sono influenzati soprattutto da due fattori: un aumento fisiologico della produzione lattea giornaliera (che passa dal 2.5% del peso vivo nella prima settimana al 4-7% della terza, in corrispondenza del picco della lattazione) ed un adattamento della produzione al numero dei cuccioli. Data la sua particolare composizione, con il latte si ha un'elevata perdita giornaliera di calorie e principi nutritivi, perciò se l'apporto alimentare non è adeguato la femmina è costretta ad attingere alle proprie riserve corporee, andando incontro , in caso di perdite eccessive di determinati minerali ,come il calcio, a possibili patologie quali la tetania puerperale. La strategia alimentare durante l'allattamento dovrà essere finalizzata ad impedire un eccessivo dimagramento della fattrice e ad assicurare un armonico sviluppo del cucciolo. Essa potrà essere così sintetizzata:
    • Utilizzazione di un cibo completo, bilanciato, altamente digeribile, con una più elevata concentrazione di principi nutritivi;
    • Somministrazione di 3-4 pasti al dì oppure alimentazione ad libitum;
    • Svezzamento precoce dei cuccioli.
    Alimentazione del cane da lavoro L'ottimizzazione della performance sportiva è condizionata da fattori quali: la genetica, il training, la motivazione psicologica del cane, lo stato di salute dell'animale, l'alimentazione. Ampia è la varietà delle attività di lavoro e sportive, in cui i cani sono coinvolti. Essi sono impegnati come cani da caccia, da corsa nei cinodromi, sono impiegati dalle forze di polizia, utilizzati come cani da slitta, nell'agility o nel soccorso alpino, ecc. Assai differenti sono le razze impiegate, le condizioni ambientali in cui operano, la durata dello sforzo cui sono sottoposti. Minimo comune denominatore è l'aumentata attività fisica cui questi cani sono chiamati a rispondere per sopperire all'impegno loro richiesto. In pratica un'alimentazione ideale dovrebbe poter fornire energia in quantità corretta ed ottimale, avere un ridotto volume in sede intestinale, aiutare a mantenere un idoneo stato di idratazione e contribuire ad ottimizzare il risultato della prestazione. E' da tenere in considerazione anche il fatto che la muscolatura scheletrica del cane è formata da tre tipi di fibre: tipo I, a contrazione lenta, tipo IIa e IIb a contrazione veloce. Esse si differenziano per il loro corredo enzimatico e, quindi, per la "materia prima" che utilizzano ai fini energetici. Le fibre di tipo I si caratterizzano per la capacità di impiegare i grassi come substrato energetico, quelle di tipo IIb utilizzano soprattutto gli zuccheri, mentre le fibre di tipo IIa hanno caratteri metabolici intermedi, che possono essere influenzati da età ed allenamento.. Nel cane dal 70 al 90% dell'energia trasformata in lavoro deriva dal metabolismo dei grassi e solo in minima parte da quello dei glicidi. Un ruolo significativo per il trasporto dei grassi all'interno delle strutture cellulari è svolto dalla carnitina. Durante il lavoro i vari sistemi energetici sono in equilibrio dinamico e possono essere condizionati da potenza e velocità, fattori che, a loro volta, variano in funzione di altri parametri come la natura del terreno, il tipo di andatura, la durata del lavoro, Per quanto concerne i fabbisogni nutrizionali del cane da lavoro è stato accertato come questo necessiti di un apporto di alimenti che contengano soprattutto proteine di origine animale, ad elevata digeribilità, ricche di aminoacidi essenziali. Da evitare sono le fonti proteiche di scarso valore biologico, ricche di scleroproteine ed in quantità eccessiva, che potrebbero indurre l'insorgenza di crescite batteriche indesiderate a livello enterico. I lipidi costituiscono la fonte energetica di maggior rilievo, aumentano l'appetibilità dell'alimento e sono ben tollerati dal cane. Tre sono i gruppi di acidi grassi, che possono apportare un tangibile vantaggio qualitativo al cane da lavoro: gli acidi grassi essenziali, gli acidi grassi a catena corta o media catena e quelli saturi a lunga catena. I primi sono rappresentati fondamentalmente dagli omega 3, presenti nell'olio di girasole, soia, granturco, ecc. I secondi sono facilmente assimilati e si ritrovano nell'olio di cocco, di palma; gli acidi grassi a catena lunga sono propri del grasso di pollo o suino. L'impiego di una dieta altamente digeribile con un alto tenore di grassi consente la produzione di feci di scarso volume. Con il progressivo aumento dei lipidi nell'alimento, dovrà parimenti crescere la quantità di antiossidanti presenti nello stesso, al fine di evitare la comparsa di fenomeni indesiderati come l'irrancidimento. I carboidrati hanno una funzione energetica decisamente inferiore rispetto ai grassi e nel cane da lavoro il loro fabbisogno non è elevato. Un'alimentazione che volesse utilizzare come fonte energetica principale i carboidrati richiederebbe dei volumi di alimento non compatibili con le capacità anatomiche e funzionali dell'apparato digerente del cane. La loro presenza è, comunque, necessaria per le numerose funzioni che essi esplicano nell'organismo animale e per il mantenimento di un normale livello di glicogeno a livello muscolare. Dato che la maggior parte dei carboidrati negli alimenti industriali è rappresentata da amidi, particolare valore assume il trattamento termico cui sono sottoposti: con l'estrusione si realizza una gelatinizzazione della molecola dell'amido ed una sua migliore utilizzazione da parte del cane. Da evitare è l'ingestione di carboidrati poco prima di un esercizio fisico, in quanto, per un aumentato rilascio di insulina, si può verificare un'ipoglicemia ed un'interferenza sull'impiego dei lipidi presenti nei depositi adiposi. La somministrazione di zuccheri è consigliata circa trenta minuti dopo la fine di un'intensa attività fisica per il ripristino delle scorte di glicogeno muscolare. Il tenore di fibra ha un'influenza positiva sul cane da lavoro (stato di idratazione, funzionalità del tratto gastroenterico), una sua presenza tra il 3 ed il 6% esplica un'azione regolatrice nei confronti della defecazione, porta alla produzione da parte dell'intestino di acidi grassi a corta catena, che sono un'importante fonte energetica per gli enterociti. Per quanto concerne le vitamine, in caso di lavoro di moderata entità e di uso di un'alimentazione bilanciata non si rende necessaria una loro integrazione. E' consigliato in caso di lavoro assai intenso un apporto di vitamina E e selenio, che proteggono la membrana cellulare dall'azione di perossidi e radicali liberi. Tra i minerali si rende utile un'incrementata assunzione di calcio, magnesio, zinco, iodio, ferro. Per un adeguato programma alimentare del cane atleta si dovrà:
    • condizionare il cane ad una dieta tipo performance 2-3 settimane prima dell'inizio del periodo di allenamento;
    • alimentare il cane almeno quattro ore prima dell'inizio dell'attività fisica;
    • non fornire dosi abbondanti di cibo durante il lavoro, ma solo piccoli quantitativi durante le soste;
    • lasciare sempre a disposizione acqua nel proprio ambiente all'animale;
    • ultimato il lavoro, lasciare riposare il cane almeno un paio di ore e, quindi, provvedere alla sua nutrizione.
    Alimentazione dietetica E' questa un'area della nutrizione dei piccoli animali, legata all'impiego di particolari regimi dietetici in grado di esercitare un'efficace azione di supporto nel trattamento di numerose situazioni patologiche, le quali insorgono indipendentemente da errori nutrizionali e che coinvolgono uno o più apparati dell'organismo animale. Ampia è la possibilità di applicazione delle dietoterapie in medicina veterinaria, grazie ad un'opportuna modulazione dell'apporto di principi nutrizionali in funzione dei problemi patologici in atto. A titolo esemplificativo si riportano alcune sintetiche caratteristiche dietetiche relative a determinate patologie e le principali modificazioni di alcuni nutrienti che consentono di fornire un fattivo contributo al superamento della condizione patologica in atto.
      Epatopatie :
    • Ridotto apporto di proteine , sodio e cloro
    • Aumentato apporto di antiossidanti, potassio , zinco, vitamina E, C e K, fibra ed impiego di proteine altamente digeribili , particolarmente ricche in arginina, taurina (gatto), e carnitina.
    • Utilizzazione di carboidrati di facile digeribilità e di grassi di elevata qualità
      Recupero funzionale in seguito a trauma, convalescenza, anoressia, infezioni:
    • Elevato livello di proteine , grassi, acidi grassi omega 3, zinco, potassio, arginina, glutamina, vitamine lipo ed idrosolubili.
      Calcoli di struvite nel gatto :
    • Ridotto apporto di proteine, fosforo, magnesio ed ammonio.
    • Aumentato apporto di sodio
    • Presenza di acidificanti delle urine per il mantenimento di un pH urinario basso
      Cardiopatie :
    • Minore apporto di sodio e cloro.
    • Aggiunta di vitamine del complesso B, potassio.
      Allergie alimentari :
    • Impiego di carboidrati derivanti dal riso, ad elevata digeribilità
    • Riduzione del livello di sodio
    • Presenza di fonti proteiche, non usuali come agnello, oca, struzzo, pesce, soia.
    • Elevata digeribilità.
      Nefropatie :
    • Ridotto apporto di sodio, cloro, calcio, magnesio, fosforo, proteine.
    • Aggiunta di potassio , vitamine del complesso B, di acidi grassi polinsaturi.

    ALOPECIA
  • Con questo termine s'intende una perdita di pelo od una sua mancata crescita, che può interessare aree limitate della superficie corporea o la sua interezza. Svariati sono gli eventi eziologici che possono determinarla ed i meccanismi patogenetici sono da porre in relazione con i differenti fattori causali. Entrano, così, nel suo determinismo cause genetiche, squilibri ormonali, carenze ed allergie alimentari, agenti viventi, fattori fisici e chimici, reazioni immunomediate, stress, processi patologici a carico d'organi interni con ripercussioni a livello di cute. Di particolare rilievo risultano i dati anamnestici relativi a razza dell'animale, età della comparsa dei sintomi, condizioni di vita ed ambiente, esistenza di malattie pregresse, evoluzione e stagionalità dei sintomi, distribuzione iniziale delle lesioni, risposta a precedenti terapie. Le indagini diagnostiche variano in funzione del sospetto clinico e sono mirate ad escludere le varie cause capaci di provocare un'alopecia. Gli interventi terapeutici dipendono dal fattore causale così come dal monitoraggio dell'animale dopo trattamento. Nel paziente si rende opportuno prendere in esame le condizioni di crescita del pelo, una prima volta a distanza di sei settimane da quando la terapia è stata instaurata, ed una seconda volta dopo un mese e mezzo.

    ANCHILOSTOMIASI
  • E' una parassitosi relativamente diffusa nel gatto e nel cane, causata da nematodi appartenenti rispettivamente alla specie Ancylostoma tubaeforme ed A. caninum, mentre l'Uncinaria stenocephala è in grado di infestare entrambi. Si riscontra più frequentemente in soggetti allevati su terra, tenuti in canili dove l'ambiente umido facilita la sopravvivenza delle larve infestanti, debilitati da carenze nutrizionali o fisiologiche come la gravidanza. L'A. caninum può essere trasmesso dalla madre ai cuccioli con il colostro ed, inoltre, il contagio può verificarsi per via orale e cutanea. In ambedue gli ospiti il parassita è fortemente debilitante a motivo della spiccata ematofagia. Le uova degli anchilostomi sono deposte sul terreno, ove si sviluppano in larve, aventi potere infestante. Le larve, dopo una serie di migrazioni attraverso la via linfatica ed ematica, cuore, polmone, trachea ed esofago, pervengono all'intestino, in corrispondenza del quale si trasformano in parassiti adulti ed esplicano la loro azione patogena dal momento che sono in grado di sottrarre grandi quantità di sangue. La gravità delle manifestazioni cliniche dipende dall'intensità dell'infestione, dall'età e dallo stato di nutrizione ed immunitario dell'ospite. La parassitosi può assumere un decorso che va da una forma acuta ad una cronica; l'animale può presentare condizioni generali scadenti, pallore delle mucose, disoressia, feci scure, colpi di tosse. La diagnosi scaturisce da un esame microscopico delle feci, nelle quali è possibile evidenziare le caratteristiche uova del parassita. L'animale infestato dovrà essere sottoposto ad un'attenta valutazione clinica per l'adozione di eventuali interventi terapeutici con soluzioni reidratanti, trasfusioni di sangue. Il trattamento si basa sull'impiego di antielmintici specifici sia per i vermi adulti sia per le larve, quali il febendazolo (50 mg/ Kg ogni 24 ore per 3 giorni) o la milbemicina ossima (0.5 mg/Kg ogni mese), o specifici per le forme adulte come il febantel (10-15 mg /Kg ogni 24 ore per tre giorni consecutivi), il pirantel pamoato (5-10mg/Kg per os da ripetere dopo tre settimane), il mebendazolo (20 mg/Kg per os con il cibo ogni 12 ore per 3-5 giorni), l'ivermectina + pirantel pamoato. Gli antielmintici devono essere somministrati a scadenze programmate in funzione dell'età dell'animale, del suo stato fisiologico (esempio: gravidanza), del rischio ambientale (aree precedentemente infestate). Per quanto concerne la salute umana, accanto a forme di larva migrans cutanea dovute alla penetrazione per via percutanea delle larve, sono possibili forme morbose, anemizzanti conseguenti alla localizzazione intestinale dei parassiti pre-adulti.

    ANSIA DA SEPARAZIONE
  • L'ansia da separazione è segnalata soprattutto in due categorie di cani: cani giovani inseriti in famiglia in seguito ad adozione e soggetti più anziani, abituati ad un contatto continuo e protratto con l'uomo, che subiscono drastici mutamenti familiari, come l'allontanamento da casa dei figli dei proprietari per motivi di studio, di un componente della famiglia per ragioni di lavoro o più semplicemente in quanto sono lasciati per lunghi periodi della giornata da soli. Le manifestazioni legate all'ansia compaiono più frequentemente nei primi 20-30 minuti dalla partenza del proprietario o di un membro della famiglia. Esse sono fondamentalmente rappresentate da perdita di feci od urine, comportamento distruttivo, eccessive vocalizzazioni (ululato ed abbaio), ma anche da tremori, aumento della frequenza respiratoria e cardiaca, diarrea e vomito. Possono comparire episodi di autotraumatismo. Se il cane è affezionato in modo particolare ad una persona, il disturbo può verificarsi solo quando questi si allontana. E' da sottolineare il fatto che punire il cane peggiora la situazione, crea i presupposti razionali della paura di essere abbandonato e predispone all'aggressività da paura. Si dovrà cercare di insegnare a questi animali a non associare le proprie reazioni ai segnali che i proprietari involontariamente inviano allorché escono (prendere le chiavi, borse, indossare giacche e cappotti), ma a rilassarsi e ad imparare che l'essere lasciati soli può essere un'esperienza piacevole. Ciò può essere ottenuto con programmi di desensibilizzazione sistematica e di contro-condizionamento. Il proprietario deve premiare il cane con cibo, carezze, fornendogli particolari attenzioni solo quando questi è tranquillo e rilassato; in caso contrario deve ignorarlo. Si devono proporre al cane azioni che avvengono in genere al momento della partenza (indossare il cappotto, prendere la borsa od il cellulare, ecc.) in momenti diversi della giornata. Sino a che il cane non è in grado di essere lasciato da solo per 30-60 minuti, è preferibile confinarlo in un posto di dimensioni limitate, ma rassicurante e reso confortevole dal fatto di lasciargli a disposizione i suoi giocattoli, acqua, cibo, lasciando accese luci e radio. Occasionalmente, nei casi più difficili, si potrà ricorrere ad una terapia farmacologica a base di prodotti anti-ansiogeni come l'amitriptilina cloridrato, neurolettici od antidepressivi come la selegilina.

    ASCARIDIOSI
  • L'ascaridiosi nel cane e nel gatto è una parassitosi estremamente frequente, tanto che si potrebbe affermare che non c'è cane o gatto che non ospiti questo parassita e la spiegazione di tale asserzione scaturisce dalle caratteristiche legate al suo ciclo biologico. L'intestino del cane o del gatto può comunemente ospitare due specie di ascaridi, rispettivamente Toxocara canis e Toxocara cati, mentre entrambi possono fungere da ospite definitivo di Toxocara leonina. Questi parassiti sono di dimensioni piuttosto rilevanti, tanto da arrivare sino a 10-12 cm di lunghezza, quando raggiungono lo stadio adulto, sono facilmente riconoscibili, anche se il loro accertamento richiede necessariamente un esame coprologico, attraverso il quale si possono evidenziare al microscopio le caratteristiche uova del parassita. Solo un'infestazione massiva generalmente provoca o vomito con espulsione di parassiti adulti o la loro eliminazione con le feci (diarrea). Le uova di ascaride sono eliminate dall'animale parassitato nel terreno, dove subiscono una serie di trasformazioni, che portano alla formazione di larve infestanti. Il tempo necessario per il completamento del loro ciclo evolutivo è in funzione delle condizioni ambientali, come grado di umidità e temperatura. Negli animali in giovane età il Toxocara canis si sviluppa dalle larve in corrispondenza della parte superiore dell'intestino tenue, supera la parete intestinale e migra attraverso il fegato, il cuore destro, il polmone e la trachea per raggiungere nuovamente l'intestino, dove subisce la sua " maturazione ". Nei soggetti meno giovani la migrazione tracheoenterale è meno frequente, ma le larve raggiungono parimenti vari tessuti ed organi compreso il polmone, in corrispondenza del quale entrano nei piccoli vasi sanguigni e quindi nella vena polmonare, per arrivare attraverso il grande circolo ai muscoli ed a tutti gli organi. Le larve permangono vitali nei muscoli per alcuni anni, specialmente nei soggetti di sesso femminile. L'infestazione più comune è quella legata al periodo prenatale. Le larve quiescenti, localizzate in corrispondenza della muscolatura della fattrice, sono attivate durante la gravidanza, probabilmente in seguito a stimoli ormonali, entrano nel torrente circolatorio e raggiungono i feti attraverso la placenta; altrettanto succede per le larve provenienti da eventuali nuove infestioni avvenute durante la gravidanza. Il fegato funge da serbatoio alle larve migrate nei feti prima del parto, successivamente esse proseguono il loro cammino verso i polmoni.. Nei cuccioli che hanno contratto l'infestazione prima della nascita si trovano le prime uova nelle feci a partire dal 22° giorno dopo il parto. In considerazione della longevità delle larve localizzate nella muscolatura della madre, è possibile che i neonati di più cucciolate siano parassitati senza che la cagna vada incontro a nuove e/o recenti infestazioni. Nelle madri si può, talora, osservare un certo grado di riacutizzazione del fenomeno parassitosi in seguito al parto. Ne sono ritenute responsabili le larve eliminate dai cuccioli, le quali non si sono impiantate nell'intestino degli stessi e, pertanto, sono assunte dalla fattrice con le feci dei suoi piccoli. Per quanto riguarda il Toxocara cati, il ciclo biologico è contraddistinto da lunghe migrazioni all'interno dell'organismo similmente a quanto avviene nel cane, allorché l'infestazione è causata dall'ingestione di larve con il latte materno o con tessuti di ospiti paratenici. La trasmissione transplacentare non si verifica ed il periodo di prepatenza è di circa otto settimane. Le gatte gravide rappresentano un reservoir di larve , che, in seguito allo stress della gestazione e del parto, sono mobilizzate durante la gravidanza ed escrete con il latte. In tutti gli ospiti non specifici, quindi anche nell'uomo, ha luogo la migrazione viscerale delle larve. motivo per cui Toxocara canis e cati assumono particolare importanza sotto il profilo igienico- sanitario. Le larve attraversano fegato e polmone e possono provocare nella specie umana la sindrome nota con il termine di " larva migrans visceralis", a localizzazione epatica, cerebrale od oculare. L'ascaridiosi è legata in certo modo all'età, infatti, sono meno comuni i casi di infestazione in soggetti di età superiore ad 1 anno. I cuccioli ed i gattini parassitati vanno incontro ad un marcato calo delle condizioni di nutrizione, l'appetito tende a diminuire, il pelo diventa opaco, l'addome si presenta rigonfio e sensibile alla palpazione, presentano dolori colici, le feci acquistano via via sempre minor consistenza, possono manifestare crisi di tosse per la migrazione delle larve in ambito polmonare. La diagnosi, oltre che giovarsi del sospetto clinico in considerazione della giovane età dell'animale e dei sintomi sopra indicati, scaturisce dal risultato di un esame coprologico, in cui sono messe in evidenza le caratteristiche uova del parassita. Il trattamento si basa sull'eventuale ricovero dei soggetti gravemente parassitati al fine di sottoporre l'animale sia ad una terapia antielmintica, ma anche reidratante per via endovenosa. Nei casi più lievi si tratterà il cucciolo con un antielmintico adulticida e larvicida quale il fenbendazolo (50 mg/Kg ogni 24 ore per 3 giorni consecutivi per os mescolato all'alimento), la milbemicina ossima (0.5 mg/Kg per via orale una volta al mese ) oppure adulticidi come il febantel + praziquantel, ivermectina+pirantel pamoato. E' buona regola dopo aver somministrato il vermifugo al cane od al gatto di far in modo che questi elimini le feci in un luogo controllato al fine di evitare una contaminazione dell'ambiente, che potrebbe essere nociva sia per altri soggetti sia per bambini eventualmente presenti.

    ASMA DEL GATTO
  • L'asma è una situazione patologica contraddistinta da un'ipereattività respiratoria a stimoli di varia natura e da una broncocostrizione spontanea, nel corso della quale si ha un ridotto afflusso di aria ed un aumento della contrazione della muscolatura liscia bronchiale. Le manifestazioni cliniche sono rappresentate dalla comparsa di crisi di dispnea parossistica, da sibili, tosse ed intolleranza allo sforzo. La terapia si basa sull'impiego di corticosteroidi, come il prednisone (1 mg/Kg per os due volte il giorno per cinque dì) a dosi scalari man mano che i segni clinici si attenuano, di teofillina (4 mg/Kg per via orale ogni 8-12 ore oppure formulazioni ritardo: 50 mg/gatto per os ogni 12 ore). In caso di attacco dispnoico acuto è indicata la somministrazione di desametazone (1 mg/Kg per via endovenosa od intramuscolare) ed il ricorso all'ossigenoterapia.

    ASPERGILLOSI
  • E' una micosi opportunista, causata da funghi del genere Aspergillus , che provoca nel cane generalmente un'infiammazione a carico della cavità nasali. Il micete è ubiquitario nell'ambiente e produce un gran quantità di spore che si accumulano nella polvere, nell'erba, nei foraggi. Quest'infezione colpisce soprattutto il cane che vive all'aperto ed appartenente a razze come il pastore tedesco o scozzese. La forma clinica è caratterizzata dalla comparsa di rinite, sinusite con scolo nasale ad andamento cronico, mono o bilaterale, che può assumere aspetti sierosi, emorragici, purulenti. Questa sintomatologia è accompagnata da febbre, dimagramento, anoressia, e refrattarietà alla terapia antibiotica. In taluni casi il processo patologico può diffondersi ed acquisire i caratteri di un'infezione generalizzata. La diagnosi scaturisce fondamentalmente da un esame istopatologico successivo ad un prelievo bioptico, eseguito mediante rinoscopia; d'ausilio può rivelarsi l'esame colturale dell'essudato, anche se comuni sono i risultati falso positivi o negativi. La terapia si basa sull'uso d'itraconazolo o ketaconazolo per via sistemica per 2-3 mesi; efficace si è anche dimostrata l'amfotericina B ed il clotrimazolo (uso topico).

    AVVELENAMENTO DA AFLATOSSINE
  • E' un tipo di avvelenamento che può colpire il cane in seguito all'ingestione di aflatossine e verificarsi soprattutto in climi caldo-umidi in seguito all'esposizione all'umidità di alimenti per cani ricchi di cereali od allorquando nella loro produzione siano impiegate materie prime contaminate da muffe. La sintomatologia clinica è in funzione della quantità di tossine ingerite, le quali esplicano la loro azione patogena soprattutto nei confronti del fegato. Essa è caratterizzata da anoressia, dimagramento, ittero, ascite, emorragie. Fine del trattamento terapeutico è quello di minimizzare il danno epatico, per questa ragione sarà opportuno alimentare il paziente con una dieta ricca di proteine di elevata qualità ed introdurre nella stessa un determinato quantitativo di glucosio. Necessaria è una fluidoterapia di supporto. La prognosi è il più delle volte infausta.

    AVVELENAMENTO DA ACIDO SALICILICO
  • La tossicità dell'acido acetilsalicilico è più spiccata per la specie felina che per quella canina, dal momento che il gatto è carente dell'enzima glucoroniltransferasi, che è indispensabile per operare la detossificazione e l'escrezione di detta sostanza.. La dose tossica per il cane è pari a 50mg/Kg die, per il gatto a 25 mg/Kg die. Ai fini diagnostici riveste particolare importanza l'anamnesi ,dal momento che spesso il proprietario dell'animale somministra farmaci contenenti questo principio attivo, al dosaggio consigliato per l'uomo, come antidolorifico, senza il preventivo consiglio del veterinario. Le manifestazioni cliniche di tipo acuto si osservano generalmente nel giro di 4-6 ore e sono contraddistinte da depressione del sensorio, anoressia, vomito a volte con sangue, febbre, tachipnea, insufficienza renale acuta. La somministrazione di dosaggi inferiori, ma costanti di acido acetilsalicilico rispetto a quelli indicati può indurre l'insorgenza di un'ulcera gastrica, di un'epatite di natura tossica e depressione del midollo osseo. Dal punto di vista terapeutico non sono disponibili antidoti specifici. Il soggetto colpito necessita di ricovero presso una clinica veterinaria e di un trattamento sintomatologico. Se il composto è stato assunto entro 6-10 ore si può procedere ad una lavanda gastrica o ad all'induzione del vomito, alla somministrazione di carbone attivo, ad una fluidoterapia per correggere gli scompensi dell'equilibrio acido-base . La prognosi è favorevole solo se il trattamento è instaurato prima che insorgano acidosi, disidratazione, depressione midollare.

    AVVELENAMENTO DA ESTERI FOSFORICI O CARBAMMATI
  • Si tratta di una forma di avvelenamento piuttosto comune dal momento che carbammati (esempio : carbaryl , propoxur) od organofosforati (esempio : diazinone, fenthion, clorpyrifos) sono diffusamente impiegati come insetticidi in ambito rurale o domestico e sono dei principi attivi largamente usati in diversi prodotti adottati contro pulci e zecche. Talora può verificarsi in conseguenza del fatto che gli animali sono sottoposti ad un trattamento locale con insetticidi usati per disinfestazione ambientale, per una loro insufficiente diluizione o perché l'animale ha libero accesso a luoghi in cui questi principi tossici sono stati recentemente impiegati. Entrambe queste sostanze agiscono sul sistema nervoso centrale provocando l'inibizione di un enzima, la colinesterasi, attivo nei confronti dell'acetilcolina, un neurotrasmettitore , la cui inattivazione causa a sua volta l'interruzione della trasmissione nervosa. E' segnalata una predisposizione ereditaria in animali che presentano una ridotta attività colinesterasica , nel gatto, in ogni caso, la sua inibizione è relativamente più accentuata rispetto al cane. Gli organofosforati si accumulano nel tessuto adiposo e sono lentamente liberati nel circolo sanguigno. Gli organi maggiormente colpiti sono il sistema nervoso e l'apparato muscoloscheletrico. Le manifestazioni cliniche conseguono ad un'abnorme stimolazione del sistema parasimpatico. Il proprietario dell'animale riferisce della comparsa di fenomeni convulsivi e di difficoltà respiratoria. In seguito si può osservare aumento della salivazione, diarrea, miosi, bradicardia, depressione, tremori muscolari, crisi convulsive, insufficienza respiratoria. Le forme più lievi di avvelenamento conseguenti all'impiego di un determinato collare antipulci od a un trattamento topico possono essere facilmente risolte rimuovendo il collare o l'eccesso ad esempio di polvere cosparsa sul pelo. La terapia famacologica prevede la somministrazione immediata di diazepam o fenobarbital ed atropina solfato. Le contrazioni muscolari possono essere tenute sotto controllo con pralidossina cloruro, principio attivo che ha il suo massimo effetto 24 ore dopo l'esposizione al tossico ; in ogni caso questo farmaco è in grado di stimolare un gatto anoressico ad alimentarsi anche a distanza di vari giorni dal contatto del tossico con la cute dell'animale.Il soggetto deve essere lavato con un comune sapone ed acqua. Nel caso in cui l'ingestione del prodotto tossico sia avvenuta da poco tempo si potrà stimolare il vomito o far sottoporre l'animale ad una lavanda gastrica.

    AVVELENAMENTO DA GLICOL ETILENICO
  • Questo avvelenamento consegue all'ingestione di prodotti che contengono il composto sopra menzionato, come ad esempio i liquidi antigelo usati per le automobili. Fattori di rischio sono costituiti dalla loro ampia diffusione, da un loro sapore generalmente gradevole per l'animale, da una bassa dose letale minima e dalla scarsa conoscenza riguardo alla sua nocività. Il glicole etilenico è rapidamente assorbito dall'intestino, metabolizzato dal fegato e scisso in sostanze aventi la capacità di provocare una grave acidosi ed un danno renale per un'azione citotossica diretta. La gravità delle manifestazioni cliniche è in funzione della dose ingerita; il quadro sintomatologico è relativo all'azione diretta del glicol etilenico non metabolizzato od a quella dei suoi metaboliti. Generalmente questa intossicazione si presenta in forma acuta. Essa è , inizialmente, caratterizzata da abbattimento, nausea, vomito, contrazioni muscolari, tremori della testa, poliuria/polidipsia, febbre, disidratazione. A distanza di 24 ore circa dall'ingestione del tossico si manifestano i segni di un'insufficienza renale quali ulcere orali, vomito, anoressia, convulsioni, ipersalivazione, profondo abbattimento. Dal punto di vista terapeutico , se l'intervento avviene subito dopo l'ingestione della sostanza tossica è necessario indurre il vomito nell'animale o sottoporlo ad una lavanda gastrica. Se sono trascorse più di due ore si potrà ricorrere nel cane all'impiego di un principio attivo come il 4-metilpirazolo in grado di antagonizzare la metabolizzazione in sede epatica del glicol etilenico, mentre nel gatto si dimostra efficace l'etanolo. Sarà opportuno instaurare una fluidoterapia di supporto per combattere la disidratazione e somministrare una soluzione di bicarbonato per correggere l'acidosi metabolica, solo dopo averne accertata con un controllo ematologico l'effettiva presenza. La prognosi è favorevole se l'animale è sottoposto ad adeguato trattamento a distanza di 4-5 ore dall'ingestione della sostanza tossica, mentre diviene infausta se il soggetto già presenta sintomi riferibili ad insufficienza renale.

    AVVELENAMENTO DA METALDEIDE
  • La metaldeide è una sostanza tossica che trova largo impiego nella lotta contro chiocciole e lumache e sotto forma solida come combustibile per fornelli da campo. Le esche sono generalmente sparse nell'ambiente frammiste a semi di riso, avena, soia. La metaldeide agisce principalmente nei confronti del sistema nervoso centrale, dell'apparato respiratorio e del fegato. La sintomatologia è contraddistinta dalla comparsa di convulsioni intermittenti o continue, febbre, scialorrea, atassia, vomito, diarrea, disidratazione, profondo abbattimento. L'animale colpito deve essere ricoverato presso una struttura veterinaria sino alla scomparsa delle crisi convulsive, sottoposto a lavanda gastrica ed alla somministrazione di carbone attivo. Può essere opportuno intervenire con benzodiazepine per controllare le crisi convulsive ed attuare una terapia reidratante. La prognosi è in funzione della quantità di sostanza tossica ingerita e del tempo intercorso tra ingestione della sostanza ed intervento terapeutico.

    AVVELENAMENTO DA MORSO DI SERPENTE
  • Gli animali sono generalmente morsi in corrispondenza della cavità orale e le manifestazioni cliniche compaiono anche a distanza di varie ore. Queste sono caratterizzate da scialorrea, tumefazione molto dolente della parte colpita, emorragie, ecchimosi, debolezza diffusa, nausea, vomito, fascicolazioni muscolari, coagulopatie, emo e mioglobinuria, aritmie cardiache, segni neurologici, difficoltà respiratoria, shock cardiovascolare ed ipovolemico, morte. Il soggetto colpito deve essere ricoverato presso una clinica veterinaria e tenuto sotto stretta osservazione per almeno 48 ore (non applicare ghiaccio o lacci emostatici intorno alla zona del morso). Il trattamento terapeutico consiste nella rasatura e detersione della parte sede della lesione , nella fluidoterapia di supporto e , se necessario, nella trasfusione di sangue intero o plasma, nella somministrazione di antibiotici a largo spettro (come cefalosporine e amoxicllina + acido clavulanico) , di siero antiofidico, mentre deve essere valutata l'eventualità dell' impiego di difenidramina contro possibili reazioni allergiche all'antitossina ofidica.

    AVVELENAMENTO DA PARACETAMOLO
  • E' un'intossicazione che consegue nel cane e nel gatto ad una somministrazione esagerata di prodotti ad azione antipiretica od antinfiammatoria . Cane e gatto dimostrano una rallentata capacità di degradazione del paracetamolo ed in conseguenza di tale fenomeno si produce un metabolita tossico, coniugato con il glutatione, tossicologicamente legato alle proteine epatiche ed in grado di legare il glutatione dei globuli rossi. Il gatto, in particolare, ha una ancor più ridotta capacità di metabolizzare il paracetamolo, perciò sono sufficienti dosaggi di 50-60 mg/Kg per indurre la comparsa di fenomeni tossici. I primi sintomi si manifestano da una a quattro ore dall'ingestione del farmaco. L'anamnesi riferisce che l'animale si dimostra abbattuto, respira con difficoltà, presenta congestione delle mucose. Con il protrarsi dell'evento patologico si può osservare la comparsa di abbondante salivazione, progressiva depressione, vomito, dolori addominali, aumentata frequenza respiratoria, cianosi delle mucose apparenti. Successivamente non è infrequente notare edema a carico degli arti, del muso, ematuria. L'animale che manifesta una sintomatologia tipica di un avvelenamento da paracetamolo deve essere mantenuto tranquillo, sottoposto a stimolazione del vomito o lavanda gastrica con successiva somministrazione di carbone attivo se l'assunzione è avvenuta da quattro - sei ore. Utile si dimostra l'impiego di farmaci donatori di gruppi solforati, come l'N-acetilcisteina, il ricorso alla fluidoterapia per mantenere l'idratazione e l'equilibrio elettrolitico, a trasfusioni di sangue in caso di anemia, ematuria, all'uso di acido ascorbico per ridurre le alterazioni ematologiche. La prognosi dipende dalla gravità di eventuali danni a carico soprattutto del parenchima epatico e dall'entità delle modificazioni dei valori ematici.

    AVVELENAMENTO DA PIRETRINE E PIRETROIDI
  • Le piretrine naturali e di sintesi trovano larga applicazione negli animali da compagnia come prodotti per combattere pulci e zecche, ma nel gatto ed in parte nel cane di piccola taglia possono indurre una forma di avvelenamento a motivo di una loro ridotta capacità di metabolizzare alcune di queste sostanze. Tale evento è da porsi anche in relazione con il fatto che in questi soggetti la superficie corporea è maggiore di quella di animali di dimensioni più grandi, per cui possono andare più frequentemente incontro ad intossicazioni da sovradosaggio. Il gatto, inoltre, è a maggior rischio sia per la sua abitudine di leccarsi continuamente il mantello, se il prodotto a base di piretrine è stato sparso sullo stesso sotto forma di spray o polvere, sia se è stato impiegato un insetticida destinato solo al cane (ad esempio a base di permetrina) o se l'animale è stato lavato e/o trattato con spugnature senza diluire opportunamente il prodotto. Le manifestazioni cliniche variano da una blanda reazione di ipersensibilità sino ad uno shock anafilattico. Si può, pertanto, osservare la comparsa di vomito e diarrea persistenti, profondo abbattimento, tremori muscolari oppure di una reazione allergica contraddistinta da orticaria, prurito, difficoltà respiratoria. Le reazioni all'uso di piretrine o piretroidi sono generalmente modeste ed autolimitanti. Pertanto se sull'animale si è spruzzata un'eccessiva quantità di insetticida si dovrà lavarlo a fondo con uno shampoo detergente non irritante ed asciugarlo; l'intervento farmacologico andrà attuato in caso di persistenza di segni come tremori ed atassia. I tremori possono essere controllati con l'uso di benzodiazepine o fenobarbital, nelle forme gravi si potrà ricorrere ad una fluidoterapia reidratante, nei soggetti che hanno ingerito un quantitativo eccessivo di insetticida sarà utile provocare il vomito o procedere ad una lavanda gastrica se l'ingestione risale ad una o due ore prima, oppure somministrare per os carbone attivo.

    AVVELENAMENTO DA RODENTICIDI AD AZIONE ANTICOAGULANTE
  • I rodenticidi anticoagulanti inibiscono l'azione di una serie di enzimi che intervengono nella reazione di riduzione della Vitamina K1- epossido a Vitamina K1 , che è necessaria all'organismo per la carbossilazione dei principali fattori della coagulazione, i quali , in caso contrario, non sono in grado di legare il calcio e partecipare alla formazione del coagulo. Prodotti come il warfarin sono stati attualmente sostituiti da rodenticidi cumarinici di nuova generazione quali il difacinone, il clorfacinone, il bromadiolone. Questo avvelenamento è assai frequente nei piccoli animali dato che le esche contro i topi sono vendute liberamente, ampiamente utilizzate in ambito domestico e non sempre sono messi in evidenza i potenziali rischi del loro uso improprio per cani e gatti. Molto spesso si assiste non a forme di avvelenamento di tipo acuto, ma subacuto, cronico da porsi in relazione con assunzioni protratte del tossico. L'ingestione di queste sostanze tossiche induce la comparsa di ematomi ,emorragie diffuse, versamenti ematici endocavitari con conseguente anemia . L'antidoto di elezione è rappresentato dalla Vitamina K1 e negli animali in cui il fenomeno emorragico sia accentuato sarà opportuno ricorrere ad un intervento trasfusionale. La prognosi è in funzione della quantità di sostanza tossica ingerita e del tempo trascorso dal momento della sua ingestione all'intervento terapeutico.

    AVVELENAMENTO DA STRICNINA
  • La stricnina è un potente alcaloide con effetti convulsivanti, estratto dai semi di Strychnos nuxvomica ed ignatii, che è impiegato nella lotta contro topi, ratti ed animali così detti nocivi. Essa è assorbita assai rapidamente dall'organismo (la dose tossica nel cane è pari a 0,75 mg/Kg, nel gatto a 2 mg/Kg),per cui la sintomatologia clinica insorge a distanza di 10-20 minuti dalla sua ingestione ed è contraddistinta da un'incontrollata stimolazione dei riflessi, che porta a morte l'animale per insufficienza cardiorespiratoria acuta. Questo avvelenamento riconosce, purtroppo, spesso una causa dolosa ed è più comune nel cane, anche in seguito all'ingestione da parte dello stesso di uccelli o roditori a loro volta avvelenati. La sintomatologia clinica si caratterizza per violente contrazioni tonico cloniche degli arti, che possono essere indotte da qualsiasi stimolo fisico od acustico, tachicardia, insufficienza respiratoria. L'intervento terapeutico consiste nel sottoporre l'animale nel più breve tempo possibile ad una lavanda gastrica e quindi nel somministrare soluzioni reidratanti per stimolare la diuresi. Per controllare le convulsioni si può ricorrere all'uso di benzodiazepine o mantenere il soggetto in anestesia ,ricoverandolo in una stanza tranquilla e poco illuminata. La prognosi è estremamente riservata sino a quando non si è riusciti a mantenere sotto controllo le convulsioni.
B
    BABESIOSI
  • Malattia parassitaria causata da protozoi del genere Babesia in grado di provocare gravi alterazioni dei globuli rossi ed anemia. La Babesia canis il più delle volte da luogo ad una forma patologica di lieve entità nel cane adulto, ma grave nel cucciolo. La sua diffusione è legata alla presenza di zecche o può essere trasmessa in seguito a trasfusioni di sangue, non sottoposto ad adeguati controlli. La babesiosi ha un decorso variabile, da acuto e cronico, caratterizzato clinicamente da abbattimento, anoressia , pallore delle mucose apparenti, febbre, vomito, colore brunastro dell'urina, aumento di volume della milza, diminuzione di peso, ittero, incremento della frequenza respiratoria e cardiaca. La sua presenza è diagnosticata in seguito ad identificazione del parassita in strisci di sangue opportunamente colorati. Nei casi lievi della malattia non si procede generalmente ad alcun intervento terapeutico, anche se i soggetti colpiti rappresentano un serbatoio d'infezione per altri cani. Nei confronti della babesia si dimostra efficace l'imidocarb dipropionato (3-5 mg/Kg per via sottocutanea od intramuscolare),a tale farmaco può risultare utile associare trasfusioni di sangue in caso di anemia pronunciata od una fluidoterapia con l'aggiunta di bicarbonato, se è presente uno stato di shock. Non è infrequente il caso che animali clinicamente guariti presentino delle recidive dopo la cessazione del trattamento o che restino portatori della babesia.

    BRUCELLOSI
  • La Brucella canis è un parassita intracellulare, che manifesta un particolare tropismo per il tessuto linfatico, la placenta e l'apparato genitale maschile. Sono maggiormente a rischio gli animali adibiti alla riproduzione o facenti parte di allevamenti. Nelle zone in cui quest'affezione è diffusa, sono più esposti al rischio di contagio i cani a contatto con soggetti randagi. Si manifesta più comunemente nella femmina, che può sembrare apparentemente sana o manifestare lievi segni di malattia. Può comparire un profondo abbattimento, seguito da aumento di volume dei linfonodi , aborto, se l'animale è in gravidanza e particolarmente frequente attorno alla sesta - ottava settimana di gestazione. Lo scolo vaginale, successivo all'aborto, perdura per diverse settimane ed è ricco di microrganismi. Nel maschio si può rilevare aumento di volume dello scroto, dell'epididimo ed atrofia testicolare. Ad un esame clinico la brucellosi non è facilmente individuabile, in caso di sospetto la diagnosi può scaturire in seguito all'esecuzione di un test sierologico, anche se le metodiche attualmente adottate danno spesso origine a percentuali elevate di reazioni falso positive; la PCR assicura un grado di alta attendibilità . Necessario, comunque, si dimostra il ricorso ad un esame colturale del sangue; le brucelle si isolano con relativa facilità dal sangue di soggetti infetti, a meno che non siano stati trattati con antibiotici. I microrganismi si evidenziano dopo 2-4 settimane dall'esposizione all'infezione e possono perdurare da 8 mesi a 5 anni. Risultati parimenti positivi si ottengono da colture di scoli vaginali. Fine della terapia è l'eliminazione della Brucella canis , avvalorata dall'esito negativo degli esami sierologici e dalla mancanza di batteriemia per 3 mesi. La cura che si fonda sull'impiego di antibiotici, come la minociclina , la tetraciclina cloridrato, la doxiciclina, ( 25 mg/ Kg per via orale ogni 8-12 ore per un mese), associati alla streptomicina è di lunga durata , costosa e non sempre esita in risultati positivi. Essa è soprattutto indicata per soggetti non facenti parte di canili, non adibiti a riproduzione o che siano stati sterilizzati o castrati. Rare sono le infezioni nell'uomo, le quali sono per lo più di lieve entità e ben controllabili con l'impiego di tetracicline.
C
    CHEYLETIELLOSI
  • E' una parassitosi cutanea, altamente contagiosa, che può colpire cani, gatti e conigli, conseguente all'infestazione di acari Cheyletiella spp. La sua importanza è connessa con il fatto che può trasmettersi all'uomo, nel quale provoca la comparsa di un'eritema pruriginoso sotto forma di papule , localizzato alle aree venute a contatto con l'animale. Sono maggiormente a rischio i soggetti giovani , che hanno rapporti frequenti con altri animali o che siano stati alloggiati in pensioni o che provengano da allevamenti. Il sintomo clinico di maggior rilievo è costituito da un'intensa desquamazione cutanea, che può manifestarsi sotto forma localizzata o diffusa con un prevalente interessamento della regione dorsale, associata ad un notevole prurito che varia come intensità da individuo ad individuo. La lesione è anche indicata come "forfora che cammina "a motivo delle dimensioni crescenti che assume e della grandezza degli acari in questione. Il gatto affetto da questa parassitosi può avere comportamenti insoliti, mostrare un'anomala ed eccessiva attività di toelettatura del mantello oppure presentare una mancanza di pelo bilaterale, simmetrica. Possono risultare portatori asintomatici di questo parassita i gatti a pelo lungo , il cane di razza cocker spaniel e barbone. A volte l'infestazione nell'animale può essere sospettata solo dopo che si sia sviluppata una lesione nel proprietario. La diagnosi scaturisce da un semplice esame con una lente di ingrandimento di frammenti epidermici desquamati, a motivo delle particolari dimensioni degli acari Cheyletiella. I frammenti in questione si possono raccogliere passando sul pelo dell'animale un pettine a denti stretti od eseguendo uno scotch test o un raschiato cutaneo. Ai fini terapeutici si devono tosare i soggetti a pelo lungo e trattare tutti con 6-8 bagni settimanali seguiti da risciacquo con un insetticida; nel gatto, nel cucciolo e nel coniglio è consigliato l'impiego di solfuro di calcio e piretrine, nel cane piretrine od organofosforici. Per eliminare l'infestazione ambientale si rende opportuna la sua disinfestazione utilizzando spray insetticidi e lavaggi frequenti. Attenzione deve essere posta all'uso di spazzole, pettini che dovrebbero essere eliminati o disinfettati accuratamente se sono venuti in contatto con animali affetti da Cheyletiella. A motivo della sensibilità assai variabile degli acari agli insetticidi utilizzati per il controllo delle pulci, si può ricorrere all'uso di amitraz nel cane ( 4 bagni ad intervalli di due settimane). Assai efficace si rivela l'ivermectina da impiegarsi, però, in animali di età superiore ai tre mesi.

    CICLO ESTRALE E PIANIFICAZIONE DELL'ACCOPPIAMENTO
      CAGNA
    • La cagna raggiunge la pubertà intorno ai 9-10 mesi, mentre l'intervallo tra un ciclo e l'altro varia da 4 a 12 mesi (media 7 mesi), in maniera assai diversa da soggetto a soggetto. Il ciclo estrale si divide in 4 fasi: proestro, estro, diestro, anaestro. Il proestro è caratterizzato da manifestazioni esterne evidenti quali aumento di volume della vulva, perdite ematiche e da un innalzamento dell'estradiolo sierico. Ha una durata di circa 9 giorni (media: 3-17 giorni). Con il progredire del periodo proestrale, la femmina è più attratta dal maschio e dimostra una maggiore propensione all'accoppiamento. Lo stadio del ciclo può essere efficacemente monitorato mediante il ricorso ad un esame citologico, effettuato sul raschiato vaginale. Nel proestro inizialmente predominano cellule epiteliali parabasali ed intermedie, che con il suo progredire spariscono ed aumentano quelle superficiali; nel proestro tardivo sono presenti quasi tutte cellule superficiali e corneificate, i globuli rossi sono costantemente osservabili in questa fase del ciclo. Nell'estro aumenta la disponibilità della femmina verso il maschio, le perdite acquistano un aspetto sieroso, la vulva diminuisce il suo turgore. Dura intorno ai 9 giorni (media 3-21 giorni). A livello ematico declina l'estradiolo e si incrementa progressivamente il tasso di progesterone. Il momento fertile è legato alla maturazione degli ovociti ed alla loro fertilità; l'ovulazione, infatti, è sotto il controllo dell'ormone luteinizzante (LH), che raggiunge il suo picco massimo nello stesso giorno in cui l'epitelio vaginale risulta completamente corneificato o nei due giorni successivi; la deiscenza dei follicoli si ha due giorni dopo la secrezione dell'LH ed occorrono altri due o tre giorni ,perché gli ovociti maturino completamente. Questi ultimi restano maturi per altri due giorni, mentre lo sperma di cane rimane attivo per tre -quattro giorni nel tratto genitale femminile. Il momento migliore per l'accoppiamento è di solito compreso tra - 4 e + 3 giorni dopo l'ovulazione. La disponibilità della femmina ad accoppiarsi può essere accertata premendo con le dita il dorso dell'animale alla base della coda. Se la femmina è recettiva, reagirà spostando la coda di lato. Il diestro ha inizio con il rifiuto del maschio da parte della femmina, non si evidenziano segni esterni evidenti che lo caratterizzano. E' questa la fase luteinica del ciclo. La concentrazione sierica del progesterone si innalza significativamente per declinare in modo significativo nel corso dei due mesi circa, in cui dura questa fase. La comparsa del diestro è accompagnata da una repentina modificazione della citologia vaginale: le cellule superficiali si riducono di numero, ricompaiono le cellule intermedie ed i granulociti neutrofili. L'anaestro fa seguito al diestro e precede il proestro del ciclo successivo. Ha una durata di circa 4-5 mesi. A motivo del fatto che non si osservano manifestazioni esteriori è stata chiamata anche fase di quiescenza sessuale. In effetti, però, si hanno in questo periodo modificazioni dell'endometrio e delle ghiandole annesse, dello spessore del miometrio e fluttuazioni ormonali. La citologia vaginale è caratterizzata da uno stadio di acellularità.
      GATTA
    • Questo animale ha un ciclo poliestrale, stagionale. La ciclicità è sotto l'influsso del fotoperiodo, che deve essere di circa 12-14 ore di luce. Il primo ciclo e la maturità sessuale si osservano tra i 6 ed i 9 mesi di età (media 5-12). Mentre nella cagna l'ovulazione avviene spontaneamente, nella gatta questa è indotta dalla stimolazione vaginale durante il coito. Dal momento che non si notano manifestazioni esteriori del calore, proestro ed estro si riconoscono per le modificazioni comportamentali. Il proestro è di durata molto limitata (1-2 giorni) da passare il più delle volte inosservato ed è contraddistinto da particolari vocalizzazioni, diminuita ostilità nei confronti del maschio, dallo strofinarsi contro oggetti, da un'insolita socievolezza. Nell'estro la vocalizzazione si fa più evidente, la gatta incurva la schiena, sposta la coda da un lato ed accetta il maschio. I caratteri della citologia vaginale sono sovrapponibili a quelli della specie canina. L'estro ha una durata di circa 6 giorni. Data la proverbiale riservatezza del gatto, è preferibile non assistere all'accoppiamento. Per essere maggiormente certi dell'esito positivo del coito si consiglia di lasciare gli animali insieme per almeno tre giorni e di condurre la femmina dal maschio, vista la spiccata natura territoriale di questa specie.

    CIMURRO
  • Il cimurro è una malattia virale multistemica ,altamente contagiosa, propria del cane e di altri carnivori, presente in tutto il mondo. E'causata da un Morbillivirus e colpisce animali di tutte le età , anche se l'incidenza è più elevata in cuccioli non vaccinati dopo la perdita dell'immunità passiva materna ( 6-12 settimane di età ). Gli animali infetti eliminano il virus attraverso tutte le secrezioni corporee e le escrezioni; la principale fonte di infezione è l'aerosol e le possibilità di contagio sono maggiori soprattutto nei canili. L'eliminazione del virus cessa generalmente dopo 1-2 settimane dalla guarigione; il virus è labile nell'ambiente ed è rapidamente distrutto dall'essiccazione e dalla maggior parte dei disinfettanti. La mortalità può variare dallo 0 al 100% secondo la virulenza del ceppo virale, dell'età e della resistenza dell'ospite. Il virus, dopo essersi localizzato in tonsille e linfonodi bronchiali, infetta i tessuti linfoidi con successiva viremia e disseminazione ai tessuti epiteliali ed al sistema nervoso centrale. Se la risposta immunitaria è rapida ed efficace compare una blanda sintomatologia clinica , è possibile una rapida guarigione e l'eliminazione del virus; se tale risposta non si sviluppa, si ha disseminazione del virus ai tessuti epiteliali, all'apparato respiratorio e gastroenterico, al sistema nervoso centrale con conseguenti segni clinici multistemici ed elevata mortalità. Se la reazione immunitaria è lenta o debole possono non osservarsi manifestazioni cliniche a carico di più organi , ma la localizzazione del virus in corrispondenza del sistema nervoso centrale può dare luogo ad un'encefalopatia cronica ad insorgenza tardiva e segni neurologici. Il virus del cimurro, inoltre, causa un'immunosoppressione predisponendo l'organismo ad infezioni batteriche secondarie, che possono aggravare la sintomatologia. La sintomatologia clinica è assai variabile. Si possono osservare sintomi generali come anoressia, depressione, febbre difasica o correlati ad alterazioni a carico di vari apparati. Così a carico dell'apparato respiratorio si può rilevare una rinite mucopurulenta, tosse, broncopolmonite; a carico dell'apparato gastroenterico vomito e diarrea; in corrispondenza dell'occhio uno scolo oculare mono o bilaterale spesso mucopurulento, una cheratocongiuntivite ed una corioretinite; a carico del sistema nervoso un'encefalomielite acuta con convulsioni, pedalamento degli arti, tic, atassia, paresi, riflessi spinali anomali. Altri sintomi sono dati da un'ipoplasia dello smalto dentario con denti che appaiono "macchiati", ipercheratosi dei cuscinetti plantari, pustole addominali. La diagnosi di cimurro solitamente si basa sull'evidenziazione delle manifestazioni cliniche tipiche, presenti in un cane giovane, a proposito del quale l'anamnesi riferisce di vaccinazioni inadeguate e della possibilità di esposizione al virus. In taluni casi si può riscontrare la presenza di anticorpi specifici contro il virus del cimurro nel liquido cefalorachidiano. Non esiste un efficace trattamento antivirale per cui la terapia è sintomatica, si basa sul ricorso all'uso di antibiotici ad ampio spettro, broncodilatatori, espettoranti, antiemetici, anticonvulsivanti, fluidoterapia, supporto nutrizionale, pulizia degli occhi e del naso. La prognosi è riservata, perché la malattia è spesso progressiva nonostante l'intervento terapeutico. Ai fini della prevenzione va ricordato come il cucciolo appena nato acquisisca un'immunità passiva contro il cimurro dalla madre con il colostro, la quale scende al di sotto dei livelli protettivi tra l'ottava e la quattordicesima settimana di vita. E' consigliabile vaccinare i cani contro il cimurro a partire dall'ottava settimana di età e ripetere la vaccinazione dopo 3-4 settimane con richiamo annuale.

    COCCIDIOSI
  • Infestione dell'apparato digerente, sostenuta da Isospora canis (cane) e felis (gatto), che induce la comparsa di diarrea di aspetto da acquoso a mucoso, talora emorragico. Colpisce prevalentemente animali giovani e debilitati. L'animale s'infesta a seguito dell'ingestione di oocisti di Isospora spp. presenti nell'ambiente, l'instaurarsi di una forma clinica manifesta è molto spesso influenzata da eventi stressanti. Questa parassitosi è diagnosticata mediante un esame delle feci, nelle quali è possibile individuare le caratteristiche oocisti. Questa analisi deve essere ripetuta 15 giorni dopo la fine del trattamento. Sotto il profilo terapeutico, si dimostra efficace l'impiego della sulfadimetossina (50mg/kg per os il primo giorno, 25 mg/Kg per os per cinque giorni o sino alla scomparsa della sintomatologia clinica) , della clortetraciclina cloridrato (25 mg/ Kg al giorno sino alla negativizzazione dell'esame coprologico, in media 6-15 giorni), di sulfadiazina-trimethoprin (15 mg/Kg per os ogni 12 ore per 14 giorni).

    COLPO DI CALORE
  • E' una condizione patologica che consegue ad un innalzamento della temperatura corporea oltre i 41°C per una sua mancata compensazione , attraverso i meccanismi fisiologici di termodispersione, di un 'eccessiva produzione o sovraccarico di calore. Fattori favorenti sono rappresentati da età avanzata, squilibri ormonali (ipertiroidismo), scadente stato di nutrizione, obesità, mantello folto, particolare conformazione delle vie aeree superiori (razze canine brachicefale), neuropatie, cardiopatie, pneumopatie. Alla base dell'insorgenza di questa forma patologica vi possono essere varie cause come un abnorme calore ambientale (per esempio cani chiusi in automobile), una troppo intensa ed improvvisa attività fisica, un'intossicazione od un avvelenamento, una risposta anomala all'anestesia. La sintomatologia clinica è caratterizzata da difficoltà respiratoria, scialorrea, ipertermia, disidratazione, tachicardia, mucose congeste, aritmie cardiache, vomito e diarrea, oliguria, convulsioni. Il trattamento prevede di bagnare l'animale con acqua e raffreddarlo prima del trasporto ad una clinica veterinaria (il raffreddamento deve essere lento e graduale per evitare situazioni di shock e di coagulazione intravascolare disseminata), dove sarà sottoposto a terapia intensiva volta al ripristino dell'equilibrio idrico ed elettrolitico, della funzionalità renale, cardiaca, gastroenterica e nervosa eventualmente compromesse. La prognosi è dipendente dall'entità dell'ipertermia ed al tempo necessario per ritornare ad una temperatura corporea normale.

    COMPORTAMENTI ELIMINATORII INAPPROPRIATI NEL GATTO
  • Si tratta di disturbi comportamentali comuni, che possono esprimersi con l'avversione ad urinare o defecare su un determinato substrato, per la sede di eliminazione consueta e con il fatto di marcare il territorio con spruzzi di urina. La preferenza per un substrato diverso su cui depositare le deiezioni rispetto alla propria lettiera è diffusa particolarmente negli animali a pelo lungo. Sebbene la predilezione sia verso materiali più morbidi (lenzuola, biancheria, tappetini da bagno, borse di plastica), alcuni preferiscono aree aperte, che ricordano le condizioni di eliminazione dei progenitori o dei felini selvatici, o materiali riflettenti come il linoleum, pavimenti di legno, vasche da bagno. Il problema può nascere spontaneamente od essere indotto: ad esempio a causa di una cassetta non sottoposta ad una normale pulizia, ubicata in luoghi non facilmente accessibili, della sua condivisione con altri gatti, di modelli non appropriati in quanto troppo stretti con conseguente ristagno di odori, del tipo e quantità di lettiera. La marcatura del territorio con urina può essere effettuata sia dal maschio sia dalla femmina, da soggetti interi o castrati. Il proprietario del gatto può confondere gli spruzzi di urina con l'orinazione vera e propria, perciò è opportuno prestare attenzione alle posizioni assunte dal gatto. Se il gatto è ritto sulle quattro zampe e dimena la coda sta emettendo spruzzi di urina. Questi possono essere provocati da una stimolazione ormonale, dall'arrivo di un nuovo animale in casa, dalla vista di un gatto estraneo dalla finestra, da cambiamenti stagionali, da condizioni di stress facilmente evocabili nel gatto, il quale è fondamentalmente un abitudinario. Se il fenomeno insorge improvvisamente si può sospettare la presenza di una situazione patologica a carico delle basse vie urinarie. Per ovviare a questi comportamenti escretori indesiderati sarà opportuno ricorrere ad alcune avvertenze come pulire ogni giorno la lettiera e disinfettarla settimanalmente, far sì che ogni gatto abbia la propria, posizionarla in un luogo tranquillo, tenerla separata dalle ciotole destinate all'alimentazione, evitare lettiere profumate composte da materiale troppo grossolano. Si potrà, inoltre, cospargere con spray repulsivi le aree più comunemente utilizzate in modo improprio dal gatto, confinarlo temporaneamente in un luogo per, poi, reinserirlo gradatamente nell'ambiente consueto. E' sconsigliabile il ricorso a rumori forti od a bruschi movimenti mentre l'animale ha un comportamento eliminatorio inappropriato, in quanto non farebbe altro che indurlo ad evitare ulteriormente il contatto con il proprietario. Può essere utile il ricorso alla castrazione, perché questo si è dimostrato utile nel ridurre la tendenza a marcare il territorio con spruzzi di urina in oltre il 90% dei casi. Sarà anche opportuno escludere qualsiasi causa organica, la quale possa avere un ruolo decisivo nel determinismo di tali disturbi specialmente per quanto attiene ad una minzione irregolare. Nei gatti che tendono a segnare il territorio con schizzi di urina, si può ricorrere ad un trattamento farmacologico per diminuire il grado di eccitazione dell'animale. Sono, a tal fine, impiegate le benzodiazepine (diazepam 1-2 mg/Kg per os ogni 12 ore), gli antidepressivi triciclici (amitriptilina 5-10 mg/Kg per os ogni 24 ore, la clomipramina 1-2 mg/Kg per os ogni 12-24 ore).

    COPROFAGIA
  • La coprofagia è un comportamento anomalo, che si osserva con relativa frequenza nel cane e che consiste nell'ingestione delle feci proprie o di altri animali. Essa assume aspetto di normalità solo nella cagna, allorché ingerisce le deiezioni dei suoi cuccioli. In altri casi questa situazione comportamentale può essere conseguente a cause patologiche o comportamentali. Nel primo caso possono giocare un ruolo determinante fenomeni patologici quali un'insufficienza del pancreas esocrino, una parassitosi intestinale, il diabete mellito, il malassorbimento, la somministrazione di glucocorticoidi. Nel secondo caso la coprofagia può essere posta in relazione con una punizione subita, con eventi stressanti quali un cambiamento repentino di ambiente o di abitudini di vita. Se la causa della coprofagia dipende da una causa clinicamente individuabile, una volta che questa sia accertata e trattata, il disturbo cesserà, nel caso in cui, invece, l'eziologia sia prettamente su base comportamentale si dovrà, per quanto possibile, evitare che il cane venga a contatto con le feci. Sarà, pertanto, opportuno tenerlo al guinzaglio quando si porta a passeggio ed offrirgli del cibo dopo che ha defecato. Se, poi, l'animale persiste nel suo atteggiamento si potranno cospargere le feci con sostanze irritanti come pepe o peperoncino per cercare di dissuadere l'animale dal perseverare nel suo comportamento. Potrà essere, anche utile un cambiamento di alimentazione al fine di indurre una modificazione nella consistenza e nell'odore delle feci.
D
    DEMODICOSI
  • La demodicosi canina è una malattia parassitaria a carattere infiammatorio, caratterizzata dalla presenza di un elevato numero di acari nei follicoli piliferi, cui spesso consegue un'infezione batterica secondaria. Gli acari responsabili, Demodex canis, sono normalmente presenti in numero molto limitato nei follicoli piliferi e nelle ghiandole sebacee della cute; le alterazioni patologiche insorgono allorché il numero di parassiti supera quello tollerato dal sistema immunitario. Esistono due forme di demodicosi :
    • localizzata, che colpisce soprattutto cuccioli tra i 3 ed i 6 mesi di età, senza predisposizione di razza e sesso, ed è la forma più frequente. I segni clinici di solito sono lievi, contraddistinti dalla presenza di eritema, modica desquamazione in corrispondenza specialmente del muso (regione periorale ed orbitale ) con progressiva estensione a tronco ed arti. Nella maggior parte dei casi si ha una guarigione spontanea, mentre in una bassa percentuale di casi ( 10 % ) la forma evolve verso un'estensione generalizzata del processo.
    • La forma generalizzata interessa anche soggetti adulti ed è spesso refrattaria ad ogni trattamento. In questo caso si ha una dilatazione del follicolo pilifero, dovuta alla presenza di un gran numero di acari, cui consegue un'infezione batterica secondaria ( foruncolosi ), a causa della quale la cute si ricopre di essudato assumendo un aspetto granulomatoso.
    L'esatto meccanismo immunopatogenetico responsabile della demodicosi non è ancora noto. Ai fini diagnostici si ricorre ad un raschiato cutaneo , che può consentire di mettere in evidenza un'eventuale presenza di un elevato numero di acari. La terapia della demodicosi generalizzata è spesso molto frustrante per il proprietario a motivo degli elevati costi ed i ripetuti insuccessi terapeutici, che richiedono un costante controllo ed una stretta collaborazione tra proprietario dell'animale e veterinario. I farmaci maggiormente impiegati per la cura di questa forma patologica sono l'amitraz, l'ivermectina e la milbemicina. L'amitraz è una formamidina, un adrenergico alfa 2 agonista; esso va usato sotto forma di spugnature , una volta la settimana, in una soluzione di 0.5 mg /ml ( 50 ml di una soluzione al 5% in 5 litri di acqua).Il trattamento deve essere protratto sino alla risoluzione dei segni clinici ed alla negativizzazione del raschiato cutaneo (si può effettuare il bagno con amitraz ed applicare sulla cute uno shampoo a base di perossido di benzoile, come disinfettante batterico ed eliminatore di sebo in eccesso).Si possono verificare effetti sinergici indesiderati se l'amitraz è associato a farmaci quali antidepressivi eterociclici, xilazina, benzodiazepine e lattoni macrociclici. Gli effetti collaterali più frequenti sono rappresentati da : sonnolenza, letargia, anoressia, vomito, diarrea, ipoventilazione, poliuria, midriasi, bradicardia, ipotensione, convulsioni. L'ivermectina , un lattone macrociclico, va somministrata per os in ragione di 300- 600 microgrammi / Kg ed è spesso utile nei casi che si rivelano refrattari all'amitraz. La terapia va continuata sino a 30-60 giorni dopo la negativizzazione del raschiato cutaneo. Il farmaco è controindicato in alcune razze di cani come il pastore scozzese, il pastore dello shetland, il bobtail ed altre razze da pastore e loro incroci. I segni clinici da porsi in relazione con un'intossicazione da ivermectina sono rappresentati da vomito, scialorrea, midriasi, atassia, ipersensibilità ai suoni, debolezza. La milbemicina è un lattone macrociclico, utilizzato in ragione di 0,5-2 mg / Kg per os ogni 24 ore, il cui impiego va protratto per 30- 60 giorni dopo la negativizzazione dell'esame microscopico. Ha effetti sinergici indesiderati con l'amitraz e le benzodiazepine ed i segni di intossicazione sono sovrapponibili a quelli indotti dall'ivermectina, ma ,rispetto a quest'ultima, è meglio tollerata nelle razze sopra riportate. Oltre alla terapia acaro specifica è necessario associarne una di supporto sia con antibiotici sia con soluzioni reidratanti nei casi in cui la demodicosi sia complicata da infezioni batteriche secondarie o collegata a fenomeni patologici gravi che abbiano provocato un'alterazione del sistema immunitario dell'animale.

    DERMATITE DA CONTATTO
  • E' una sindrome che si instaura in conseguenza del contatto della superficie corporea dell'animale con sostanze irritanti od allergizzanti. La prima forma può interessare soggetti di ogni età, mentre la seconda si presenta in seguito ad un'iniziale sensibilizzazione, all'instaurarsi di una memoria antigenica e ,quindi, ad un secondo contatto con l'allergene. Nel cane esistono razze maggiormente predisposte allo sviluppo di dermatiti da contatto con fattori allergici come il pastore tedesco, il barboncino, il terrier ed il golden retriever, nel gatto l'evento è più raro tranne che per le forme connesse con l'impiego di determinati insetticidi a base di limonene. La presenza di una dermatite può favorire la penetrazione di antigeni attraverso la cute e l'insorgenza di una flogosi di natura allergica. Composti irritanti che possono dar luogo a questo fenomeno patologico sono costituiti da piante, deodoranti, saponi, detergenti, cere, erbicidi, fertilizzanti, insetticidi, concimi, collari antipulci, stoffe, ciotole di plastica, ecc. La sindrome può comparire a distanza di 24 ore dal contatto con sostanze irritanti. Clinicamente le lesioni si manifestano soprattutto in corrispondenza delle parti del corpo prive di peli o che hanno stretto contatto con il suolo, come mento, regione ventrale di collo ed addome, sterno, inguine scroto, spazi interdigitali. Esse si presentano sotto forma di aree eritematose, edematose, cui consegue lo sviluppo di papule e placche. Il prurito può essere moderato , ma il più delle volte è assai intenso. La diagnosi si avvale di esami bioptici della cute, di test fondati sulla cerottoreazione, su prove che prevedano l'eliminazione della sostanza supposta irritante seguita da un test di provocazione, in cui si programma una progressiva esposizione alle varie sostanze antigeniche irritanti. La terapia prevede l'eliminazione dei composti irritanti, l'effettuazione di bagni con shampoo ipoallergici, l'uso di corticosteroidi come il prednisone ( 0.25-0.5 mg/Kg per via orale ogni 24 ore per 3-5 giorni, quindi ogni 48 ore per 2 settimane ). L'allontanamento della causa il più delle volte da un risultato positivo dopo 1-2 giorni in termini di regressione delle alterazioni cutanee, mentre un nuovo contatto con lo stesso allergene può scatenare la comparsa di sintomi clinici che possono persistere per diverse settimane.

    DERMATITE DA MALASSEZIA
  • La Malassezia pachydermatis è un lievito, che vive in condizioni normali in corrispondenza della cute e del condotto uditivo esterno e che può, soprattutto in presenza di seborrea, dar luogo ad un processo infiammatorio associato a prurito. Colpisce gatti affetti da acne del mento refrattaria alla terapia e cani o con seborrea primitiva o secondaria a dermatosi da ipersensibilità, come ad esempio fenomeni allergici da morso di pulce, da contatto o di origine alimentare., o conseguenti ad endocrinopatie od infestazioni da ectoparassiti. Clinicamente si manifesta con la comparsa di prurito, eritema, forfora, croste, cattivo odore della cute e le sedi maggiormente interessate da questo processo patologico sono il muso, la regione ventrale del collo, perineale, le ascelle, l'inguine, le zampe. Dal punto di vista terapeutico è necessario eliminare la causa primaria che è all'origine delle lesioni cutanee al fine di poter, poi, intervenire nei riguardi della Malassezia. Si rivela utile il ricorso a shampoo cheratolitici a base di zolfo, acido salicilico, catrame, perossido di benzoile in associazione con shampoo, lozioni o pomate antimicotiche, contenenti ketaconazolo, miconazolo, clorexidina. Nelle forme diffuse e localizzate di particolare gravità può essere indicato l'impiego di ketoconazolo in ragione di 10 mg/ Kg ogni 24 ore per 2-4 settimane (evitare il suo impiego in gravidanza). E' possibile la comparsa di recidive se la dermatosi primitiva non è tenuta sotto controllo, perciò si consiglia di continuare i trattamenti sino a che non si è raggiunta la completa guarigione clinica e di sottoporre l'animale a bagni con sostanze antimicotiche, a date prefissate.

    DERMATOFITOSI
  • E' una micosi che colpisce la cute e le regioni corneificate di peli ed unghie , causata da miceti cheratolitici quali Microsporum canis , M.gypseum e Trychophyton mentagrophytes. La sua insorgenza è favorita da tutti quei fattori che deprimono il sistema immunitario così come la somministrazione di farmaci immunosoppressivi, un 'elevata densità di popolazione animale, carenze nutrizionali, ecc. Essa è più comune in regioni a clima caldo umido, nei gatti a pelo lungo e negli animali giovani. L'identificazione della sua presenza assume particolare rilievo in quanto la dermatofitosi è una zoonosi. La presenza di miceti sulla cute non si associa automaticamente allo sviluppo di un'infezione clinicamente evidente , dal momento che i dermatofiti hanno un periodo di incubazione che va da 1 a 4 settimane e non sempre sono in grado di attecchire o proliferare sui tessuti colpiti. Così gli animali che albergano i miceti, ma che non presentano una sintomatologia clinica, rimangono portatori asintomatici per lunghi periodi di tempo. Le alterazioni cutanee sono caratterizzate da scadenti condizioni del pelo , zone alopeciche più o meno diffuse o circolari, che si estendono verso la periferia. Con vario grado di intensità si possono anche osservare desquamazione, scaglie, eritema, prurito. Molto frequentemente sono interessati muso ed estremità distali degli arti. Ai fini diagnostici è opportuno sottoporre ad esame i peli situati alla periferia delle lesioni alopeciche, nel caso in cui si sospetti che l'animale sia un portatore asintomatico è consigliabile prelevare un campione di pelo utilizzando uno spazzolino da denti con cui sfregare il manto pilifero. Il campione prelevato si può sottoporre ad esame mediante lampada di Wood o ad analisi di laboratorio ricorrendo ad uno specifico terreno colturale. Nel cura della dermatofitosi si è rilevata efficace la griseofulvina, in formulazioni micronizzate, somministrata per 6-8 settimane ed il cui assorbimento è incrementato suddividendo in due volte il suo dosaggio giornaliero ed abbinandolo ad un pasto ricco di grassi. Questo farmaco può dar luogo all'insorgenza di effetti collaterali a carico dell'apparato gastroenterico, che possono essere minimizzati riducendone la dose o somministrandolo in più riprese nell'arco della giornata. In caso di uso prolungato possono manifestarsi alterazioni a carico del midollo osseo, caratterizzate da una minore sua funzionalità. Il suo impiego è sconsigliato nei gatti affetti dal virus dell'immunodeficienza felina. Si sono dimostrati parimenti validi ai fine terapeutici il ketoconazolo e l'itraconazolo ( 10 mg / Kg ogni 24 ore ). Nel gatto è consigliabile la tosatura parziale o totale in funzione dell'estensione del processo morboso. I peli tagliati dovranno essere raccolti in borse di plastica e distrutti, tale operazione deve essere eseguita da persone che adottino adeguate misure precauzionali. Particolare attenzione deve essere posta nella disinfezione dei locali ove gli animali vivono; tutto il materiale organico deve essere rimosso tramite un aspirapolvere, ottimo disinfettante si dimostra la candeggina concentrata, la formalina all 1%, il monoperossisolfato di potassio. L'enilconazolo è parimenti efficace come disinfettante ed è utilizzabile come spray o nebulizzato.
E
    EPATITE INFETTIVA DEL CANE
  • L'epatite infettiva del cane è provocata da un Adenovirus canino tipo 1 (CAV-1), che è eliminato attraverso tutte le secrezioni durante le fasi acute dell'infezione e può colpire i canidi in generale. Esso penetra nell'organismo attraverso la mucosa oronasale, si localizza nelle tonsille, per ,poi, diffondersi a tutti i tessuti con particolare tropismo per gli epatociti e le cellule endoteliali. Nel fegato provoca necrosi od un'infiammazione cronica attiva, mentre negli altri organi è soprattutto causa di effetti patologici a carico dell'endotelio della cornea, del rene e vascolare in genere. A livello renale il virus persiste per lungo tempo e le urine possono rappresentare una fonte di disseminazione dell'agente patogeno, protratta nel tempo ( 6-9 mesi ). Questa infezione non dimostra predisposizione né di razza né di sesso; possono essere colpiti tutti i cani non vaccinati di qualunque età, ma si riscontra con maggiore frequenza in quelli al di sotto di 1 anno. La sintomatologia è variabile; può presentarsi in forma acuta con febbre assai elevata, vomito, diarrea, dolori addominali, epatomegalia, ascite, pielonefrite, tonsillite, faringite, alterazioni a carico del sistema nervoso centrale. I sintomi oculari possono essere evidenti durante la fase acuta dell'infezione o successivi alla guarigione da una forma subclinica e sono rappresentati da edema corneale ed uveite anteriore. Nella forma subacuta la sintomatologia è sovrapponibile, ma si presenta in maniera più attenuata. La terapia è di supporto, va protratta sino a che non sia superata la fase acuta della malattia e si basa sul ricorso alla fluidoterapia per via parenterale con supplemento di potassio e destrosio, alla somministrazione di antibiotici a largo spettro per prevenire l'insorgenza di complicazioni batteriche (associazioni ampicillina/amoxicillina,,amoxicillina+acidoclavulanico,amikacina/gentamicina,cefalessina),antiemetici( metoclopramide, clorpromazina). E' opportuno alimentare il paziente con cibi altamente digeribili. La vaccinazione si è dimostrata di grande efficacia per la prevenzione dell'infezione in questione; si consiglia di vaccinare i cani con due dosi di vaccino con un intervallo di 3-4 settimane a 8-10 settimane ed a 12-14 settimane di età. E' raccomandato il richiamo annuale.

    ERLICHIOSI
  • L'erlichiosi è una malattia infettiva trasmessa da zecche, sostenuta da varie specie di rickettsie, tra le quali le più significative dal punto di vista clinico, sono l'Ehrlichia canis e platys. Le zecche della specie Ripichephalus sanguineus trasmettono al cane per mezzo della saliva l'infezione, che, dopo un periodo di incubazione variabile da una a tre settimane, può dar luogo all'insorgenza di una forma clinicamente manifesta. Nella forma acuta l'erlichia si diffonde dal punto del morso ad organi quali la milza, il fegato ed i linfonodi, causando: emorragie a carico delle mucose, perdita di sangue dal naso , febbre ,depressione del sensorio, anoressia, sintomatologia respiratoria con dispnea e sintomi nervosi. Nella forma subacuta il microrganismo si annida nell'ospite provocando un'intensa risposta anticorpale, mentre in quella cronica si ha un significativo interessamento del midollo osseo con una netta caduta della sua funzionalità , le emorragie spontanee permangono, compare anemia , aumento generalizzato dei linfonodi, della milza e del fegato, edema degli arti e si possono rilevare alterazioni oculari od infiammazioni a carico delle articolazioni. La diagnosi definitiva scaturisce dalla positività ai test sierologici (immunofluorescenza indiretta). La terapia si basa sull'impiego di antibiotici come la doxiciclina (10mg/ Kg ogni 24 ore per os per tre settimane), l'ossitetraciclina (10-20mg/Kg per os ogni 8 ore). Nella fase acuta della malattia può essere consigliato l'uso di prednisone (1-2 mg/ Kg ogni 12 ore per via orale per 5 giorni). Di utilità si dimostrano le terapie di supporto quali soluzioni elettrolitiche bilanciate, eventuali trasfusioni di sangue, uso di ormoni androgeni (stanozololo, nandrolone decanoato) per stimolare l'attività del midollo osseo. A distanza di tre - sei mesi dall'inizio del trattamento sarà opportuno ripetere gli esami sierologici. Ai fini preventivi è necessario combattere l'infestione da zecche e fare particolare attenzione, allorché si rimuovono questi ectoparassiti.; l'Ehrilichia canis, infatti, può anche infettare l'uomo, in cui provoca la comparsa di dolori muscolari, disturbi gastroenterici ed oculari, ma può essere rapidamente eradicata con l'uso di tetracicline.
F
    FALSA GRAVIDANZA
  • E' possibile osservare soprattutto nella cagna, meno frequentemente nella gatta, la comparsa di un comportamento materno e di segni esteriori tipici di una gravidanza durante la fase di " riposo sessuale ". Si ritiene che tale fenomeno sia imputabile ad uno squilibrio ormonale, nel quale si determina una caduta del livello sierico del progesterone ed un aumento della prolattina. Esso può presentarsi anche in soggetti sottoposti a trattamenti con progestinici od a breve distanza da un intervento di ovaristerectomia. L'evento è preceduto da particolari manifestazioni comportamentali nell'animale, che prepara un luogo in cui partorire, assume atteggiamenti materni nei confronti di oggetti di varia natura, diviene irrequieto e si lambisce insistentemente i capezzoli. Nella fase acuta del fenomeno l'animale presenta distensione dell'addome, abbattimento od irrequietezza ("raspa il terreno"), scarso appetito, aumento di volume delle mammelle con secrezione di liquido sierobrunastro o latte. Per contrastare tale situazione è opportuno cercare di impedire la stimolazione delle mammelle, mettendo al cane un collare Elisabettiano , applicare degli impacchi freddi in loco. Dal punto di vista farmacologico è consigliabile l'utilizzazione della cabergolina o della bromocriptina per 5-6 giorni. Tale principio attivo è in grado di ridurre la durata delle manifestazioni correlate a questo evento patologico, che, peraltro, può risolversi spontaneamente nel giro di un paio di settimane.

    FILARIOSI CARDIOPOLMONARE
  • La filariosi cardiopolmonare è una malattia causata da un parassita, la Dirofilaria immitis, trasmessa da zanzare e che si manifesta con particolare frequenza in cani che vivono in determinate aree del nostro paese, dando luogo a manifestazioni cliniche varie ed il cui trattamento si basa in larga misura sulla prevenzione. Questa parassitosi colpisce il cane, il gatto domestico, i canidi ed i felini selvatici. L'uomo, così come altri mammiferi, può fungere da ospite accidentale.
    Negli animali con un'infestazione modesta i vermi adulti si localizzano soprattutto nelle arterie polmonari, in quelli con infestazioni massive nel cuore di destra. Le filarie femmine producono le microfilarie, le quali sono immesse nel circolo sanguigno dove possono restare anche per due anni o sino a quando non siano aspirate da zanzare. Sono necessarie circa due settimane, perché nel corpo della zanzara le microfilarie si trasformino nella forma infestante. Allorché la zanzara punge un ospite, le larve del parassita vanno a localizzarsi nel sistema circolatorio, raggiungono le arterie polmonari, ma sono necessari circa tre mesi prima che le larve diano luogo al parassita adulto, il quale può sopravvivere sino a cinque anni nel cane e due nel gatto. La D. immitis si sta diffondendo con gran rapidità nelle regioni a clima subtropicale e temperato, ma alcuni casi sono stati segnalati anche in nazioni del nord Europa in seguito ad importazioni di cani od a viaggi da questi eseguiti con i loro proprietari nei paesi in cui questa forma parassitaria è endemica. La trasmissione avviene attraverso l'azione di zanzare ematofaghe in presenza di determinate condizioni ambientali, legate particolarmente alla temperatura esterna superiore mediamente ai 14 ° C. Nel cane le manifestazioni patologiche sono da porre in relazione con i danni causati dalle filarie adulte, dalle microfilarie e dalle larve migranti. I parassiti adulti sono causa di lesioni a carico dei vasi sanguigni, di trombosi dell'arteria polmonare, di insorgenza di polmoniti, di aumento della pressione polmonare, iperemia epatica, versamenti in cavità addominale e di infiammazioni renali. La diagnosi di filariosi cardiopolmonare cronica si basa su: 1) anamnesi , la quale riferisce di viaggi o permanenza in zone endemiche ; 2) sintomi clinici di cardiopatia , con presenza di reperti radiografici tipici in corrispondenza delle arterie polmonari e risultati di laboratorio significativi;3) positività dei test di isolamento del parassita e/o delle prove sierologiche volte all'identificazione degli antigeni di D. immitis. Altri caratteri diagnostici di rilievo che si possono osservare nella filariosi cardiopolmonare cronica sono rappresentati dalla comparsa di anemia emolitica, di piastrinopenia, di aumento dell'azotemia, di proteinuria . Esistono metodi affidabili per l'isolamento delle microfilarie, ma l'eventuale negatività dei risultati non esclude la possibilità dell'infestazione. In una percentuale, infatti, che può arrivare anche al 30% dei casi è presente una filariosi occulta, la quale è dovuta ad infestazioni prepatenti, a terapie microfilaricide, a reazioni di ipersensibilità, alla presenza di filarie adulte sterili o localizzate in sedi non classiche. La profilassi chemioterapica attuata in cani che vivono in aree endemiche è una causa frequente di infestazione occulta. L'intervento con prodotti aventi un'azione profilattica nei cani infestati provoca l'uccisione graduale delle microfilarie nell'arco di sei mesi, ma non dei parassiti adulti. Sono state riportate varie strategie terapeutiche , ma è sempre opportuno che queste siano modulate dal veterinario in base allo stadio in cui la malattia si presenta. Un farmaco utilizzato nella terapia adulticida è rappresentato da un arsenicale trivalente, la tiacertsamide sodica, da somministrarsi per via parenterale (2.2 mg/Kg ad intervalli di 12 ore per 4 volte); questo medicamento non è tossico né per il fegato né per il rene ed effetti collaterali sono stati segnalati solo con dosaggi superiori a due volte e mezzo la dose terapeutica. Altro principio attivo approvato per la cura della filariosi cardiopolmonare del cane è la melarsomina diidrocloruro, un sale trivalente dotato di una potente attività filaricida nei confronti delle forme adulte ed immature di quattro mesi di età di D. immitis . Il farmaco è somministrato per via intramuscolare profonda in corrispondenza dei muscoli lombari alla dose di 2.5 mg/Kg per due volte a distanza di 24 ore, accompagnato da una restrizione dell'attività fisica per ridurre il rischio e l 'aggravarsi delle alterazioni polmonari ( tromboembolismo). Alla dose sopraindicata questo principio attivo non ha dimostrato alcun effetto tossico né per il fegato né per il rene. Altra possibilità terapeutica per l'eliminazione delle forme adulte è la rimozione delle macrofilarie con una procedura chirurgica per via transvenosa. Alla terapia adulticida segue la terapia microfilaricida, da effettuarsi dopo 4-8 settimane dalla terapia causale; i farmaci più usati sono l'ivermectina, lattone macrociclico ( 50 mcgr/Kg sottocute o per os) e la mibelmicina ossima, macrolide (0.5 mg/Kg per via orale) . Nei cani di razza pastore scozzese, bobtail e derivati non si deve ricorrere all'uso dell'ivermectina , mentre per quanto concerne la mibelmicina ossima ,a cui questi animali sono particolarmente sensibili, nonostante il dosaggio sia notevolmente inferiore alla dose tossica, è consigliato da parte di alcuni autori di utilizzare in questi soggetti il levamisolo, anche se per questo farmaco si è riscontrata la comparsa di reazioni tossiche non prevedibili e difficilmente trattabili. Una possibile complicazione che può verificarsi durante il trattamento microfilaricida è rappresentata dall'insorgenza di reazioni anafilattiche, che si possono verificare in seguito alla liberazione di antigeni dalle microfilarie. Questo evento è più comune in cani di piccola taglia con un'elevata densità di microfilarie. Per accertarsi dei risultati della terapia si può eseguire una prova di isolamento delle microfilarie tre settimane dopo il trattamento microfilaricida ed un test volto alla determinazione della presenza di antigeni delle filarie 12 settimane dopo quello adulticida. Se le microfilarie sono ancora presenti al termine di questo periodo e la concentrazione degli antigeni è ancora elevata, è probabile che non tutti i parassiti siano stati uccisi ed è quindi necessario iniziare un nuovo ciclo adulticida. Nelle zone endemiche è opportuno adottare misure profilattiche, basate sull'impiego mensile di farmaci a base di ivermectina, milbemicina ossima o moxidectina. Il trattamento profilattico deve essere eseguito tutti i mesi, somministrando la prima dose entro trenta giorni dall'esposizione del cane al rischio di puntura da parte dell'ospite intermedio e continuandolo sino alla fine del periodo di attività delle zanzare.
G
    GASTROENTERITE INFETTIVA DEL CANE
  • La gastroenterite infettiva del cane è un'affezione altamente contagiosa ed acuta, sostenuta da un Parvovirus, il quale ha una particolare affinità per le cellule in rapida moltiplicazione come quelle intestinali, del midollo osseo, dei linfonodi. Diffusa in tutto il mondo, colpisce cani di ogni età, anche se ricorre con maggiore frequenza nel periodo che va dallo svezzamento ai sei mesi di vita. La trasmissione avviene per via orofecale ed il virus è in grado di resistere nell'ambiente per lungo tempo. I sintomi clinici compaiono generalmente a distanza di 5 giorni dall'esposizione al virus e sono rappresentati da anoressia, febbre, depressione, vomito intenso, diarrea liquida, persistente, di difficile trattamento, talora emorragica, disidratazione progressiva con eventuale comparsa di ipotermia e negli stadi terminali presenza di endotossiemia e morte. Sporadicamente nei cuccioli di 4-12 settimane di età può verificarsi un improvviso decesso dell'animale a seguito della localizzazione del virus in sede cardiaca e conseguente insorgenza di insufficienza cardiaca acuta. Frequente è durante il decorso della malattia la comparsa di tutta una serie di complicazioni, le quali possono essere rappresentate da epatite, anemia, invaginamento intestinale conseguente agli intensi movimenti peristaltici dell'apparato digerente. La diagnosi di gastroenterite infettiva da parvovirus è in genere sospettata sulla base dei sintomi clinici e delle alterazioni ematologiche caratterizzate nelle prime fasi della malattia da una marcata leucopenia. Per una diagnosi di certezza si può ricercare il virus nelle feci attraverso metodiche immunoenzimatiche (Elisa) , dal momento che è elimnato in maniera significativa durante la fase acuta della malattia. Il trattamento si basa fondamentalmente su un'intensa reidratazione ed una correzione degli squilibri elettrolitici, correlati con la perdita di liquidi ed elettroliti, sulla somministrazione di antibiotici ( amoxicillina,ampicillina , gentamicina ) per via parenterale, antiemetici, antidiarroici, vitamine del complesso B. L'eradicazione del parvovirus dall'ambiente non è facile, a motivo della sua resistenza a diverse sostanze disinfettanti ed agenti esterni. Esso è comunque inattivato dall'ipoclorito di sodio. Fondamentale per proteggere il cane dall'infezione in questione è seguire un adeguato programma vaccinale. Questo si basa sull'inoculazione di un primo vaccino a 6-8 settimane di età con richiamo ogni 4 settimane sino alla sedicesima e quindi un richiamo annuale. Può essere praticata la vaccinazione della cagna gravida due settimane prima del parto con un prodotto spento, con lo scopo di incrementare il tasso anticorpale dei cuccioli allorché assumeranno il colostro.

    GASTROENTERITE INFETTIVA DEL GATTO
  • E' provocata da un Parvovirus che determina un'infezione acuta, grave ed altamente contagiosa nel gatto. Il virus è eliminato attraverso tutte le secrezioni corporee, specialmente attraverso le feci sino a 6 settimane, è ubiquitario nell'ambiente dove può sopravvivere per più di un anno. Esso, infatti, è estremamente resistente alle alte temperature, a condizioni ambientali avverse, ai comuni disinfettanti. Il Parvovirus ha un particolare tropismo per le cellule in mitosi di cui provoca una rapida citolisi ; i tessuti maggiormente coinvolti sono il midollo osseo, il sistema nervoso, l'apparato gastroenterico e genitale femminile, l'occhio. L'infezione nel gatto adulto è di solito subclinica, mentre nel gattino di età compresa tra i 2 ed i 6 mesi si registra un'elevata morbilità e mortalità.
      La sintomatologia clinica è caratterizzata da :
    • insorgenza improvvisa
    • anoressia
    • depressione del sensorio
    • febbre elevata nelle prime fasi della malattia
    • dolorabilità alla palpazione dell'addome
    • vomito persistente, diarrea anche emorragica
    • disidratazione progressiva, aborto e natimortalità.
    In caso di infezione del feto in utero si può osservare la comparsa di ipoplasia cerebellare, la quale è evidenziabile a partire dal 10-14 giorno di età. Il decorso della malattia varia, nella fase acuta, da 5 a 7 giorni ed, in caso di superamento della stessa, la guarigione è piuttosto rapida, anche se richiede alcune settimane di convalescenza per una guarigione completa dell'animale. Il reperto di laboratorio più tipico è rappresentato nella fase acuta della malattia dal basso numero di leucociti presenti in circolo. ( In genere nella fase acuta dell'infezione, il numero dei globuli bianchi è compreso tra le 500 e le 3000 cellule /ml). La diagnosi consegue alla evidenziazione dei tipici segni clinici e della marcata leucopenia cui il virus da luogo. La terapia si basa sull'impiego di soluzioni reidratanti elettrolitiche per via endovenosa, eventuali trasfusioni di sangue, antiemetici, antibiotici . Ai fini preventivi si consiglia la vaccinazione dei gatti a partire dall'età di 8-10 settimane di vita da ripetere dopo 1 mese circa e quindi annualmente. Materiali ed ambienti potenzialmente contaminati dal virus (ad esempio pavimenti, gabbie, ciotole per il cibo e l'acqua) andranno trattati con disinfettanti a base di cloro.

    GIARDIASI
  • La Giardia canis è un protozoo che può provocare l'insorgenza di un'infiammazione intestinale nel cane, occasionalmente nel gatto, a seguito della ingestione di cisti presenti soprattutto in acque contaminate. Il suo ciclo è caratterizzato dall'alternanza di due forme di propagazione: una vegetativa, adesa alla superficie epiteliale del tratto intestinale che può essere presente nel materiale fecale ed una cistica, che costituisce la forma di resistenza.. Le cisti sono sensibili all'essiccamento ed al calore, ma resistono a lungo in ambienti caldo umidi. Ipoclorito di sodio all'1%, formalina in soluzione acquosa al 2% e soluzioni acquose al 5% di fenolo e cresolo sono in grado di distruggere le cisti di Giardia. Colpisce soggetti che vivono in comunità come i canili, giovani o animali in cattive condizioni di salute o nutrizione. E' essenzialmente una malattia condizionata che si manifesta in seguito all'intervento di fattori stressanti o patologie concomitanti, in grado soprattutto di deprimere il sistema immunitario. La sintomatologia clinica può presentarsi in forma acuta, intermittente o cronica ed è caratterizzata da diarrea schiumosa, di odore intenso, che , perdurando nel tempo, può dar luogo alla comparsa di una sindrome da malassorbimento, contraddistinta da feci molli e voluminose. Un esame coprologico può consentire di evidenziare la presenza del parassita o sotto forma di ciste o di protozoo ,dotato di flagello. Tale indagine deve essere ripetuta dopo la guarigione clinica. Il trattamento di questa parassitosi si fonda sull'impiego di :
    • Metronidazolo ( 20-25 mg/Kg per os ogni 12 ore per 5-7 giorni)
    • Fenbedazolo ( 50mg/ Kg per ogni 24 ore per 3 giorni ) .
    La giardiasi costituisce una forma zoonosica, anche se non esistono prove certe che le cisti eliminate dagli animali siano infestanti per l'uomo.
H
    HERPESVIRUS DEL CANE
  • Si tratta di un'infezione che interessa solitamente i cuccioli appena nati, nella prima o seconda settimana di vita, che viene trasmessa per via transplacentare, prima, al momento o subito dopo la nascita. Nell'animale adulto e non gravido l'affezione decorre in maniera del tutto inapparente o , per lo più, sotto forma di una blanda manifestazione patologica a carico della cavità rinofaringea o dei genitali esterni . Se il virus , superando la placenta, provoca un'infezione dei feti in utero nelle ultime tre settimane di gestazione può portarli a morte, causando frequentemente mummificazione fetale, aborto, natimortalità o nascita di cuccioli scarsamente vitali .Dopo l'infezione primaria ed un periodo di latenza, il virus tende a localizzarsi in corrispondenza del nervo trigemino e può diffondersi nell'ambiente esterno con le secrezioni nasali. Un qualsiasi stress od un trattamento con corticosteroidi può provocare un'improvvisa recrudescenza dell'infezione. La maggior parte dei cuccioli colpiti viene a morte entro i primi 9-14 giorni dalla nascita. I cuccioli possono presentare disappetenza, lamento incostante, temperatura al di sotto della norma, feci grigio giallastre o verdi, dispnea, scolo nasale sieroso o mucopurulento, deperimento e morte. In taluni casi la malattia esordisce in maniera improvvisa e la morte sopraggiunge 12-36 ore più tardi. Nelle cagne l'infezione può dar luogo ad una vaginite con conseguenze negative sul piano della fertilità. Difficile risulta una diagnosi eziologica a motivo del fatto che necessita dell'isolamento del virus dai tessuti degli animali deceduti. La profilassi è indiretta, volta ad instaurare una corretta igiene specialmente nei canili ed un ambiente idoneo per la cagna al momento del parto. Si consiglia di isolare nel canile le cagne gravide, specialmente se di nuova introduzione.
I
    IMMUNODEFICIENZA FELINA
  • Il virus dell'immunodeficienza felina (FIV) è un Retrovirus che infetta e distrugge gradualmente popolazioni selezionate di linfociti T , dopo un prolungato periodo di latenza che dura anni inducendo la comparsa di una sindrome da immunodeficienza, caratterizzata da infezioni croniche ricorrenti. L'infezione permane per tutta la vita ed è fatale. Essa progredisce in maniera variabile, il 20% circa dei gatti FIV positivi viene a morte nell'arco dei primi due anni dalla diagnosi, più del 50% dei gatti ,invece, resta asintomatico durante lo stesso periodo. Una volta che l'infezione si manifesta clinicamente , il tempo medio di sopravvivenza è di circa 1 anno. Il FIV è ubiquitario, può infettare gatti di tutte le età specialmente al di sopra dei 5 anni, sono più colpiti i maschi rispetto alle femmine per la loro maggiore aggressività e tendenza a vagabondare ed i soggetti che sono custoditi in gruppi numerosi o che vengono frequentemente a contatto con altri gatti. I gattini possono risultare sieropositivi in seguito alla trasmissione passiva di anticorpi specifici dalla madre. Il FIV è eliminato attraverso la saliva e trasmesso principalmente per inoculazione diretta mediante il morso durante le lotte per il territorio oppure attraverso la trasfusione di sangue contaminato. I segni clinici possono suddividersi in tre momenti. Nella fase acuta dell'infezione, che ha inizio a distanza di 4-6 settimane dall'esposizione si può mettere in evidenza una febbre transitoria , una linfoadenopatia generalizzata ed una neutropenia. La seconda fase è asintomatica e caratterizzata da una latenza prolungata di durata variabile sino ad anni. Nella fase cronica terminale dell'infezione si manifesta una vera e propria sindrome da immunodeficienza acquisita con infezioni opportunistiche croniche e ricorrenti, con sintomi discontinui che progressivamente peggiorano nell'arco di mesi od anni. Possiamo, così, osservare la comparsa di deperimento cronico, febbre ricorrente, linfoadenomegalia generalizzata, gengivite/stomatite/periodontite, rinite, congiuntivite e cheratite, diarrea, anemia ed infezioni batteriche ricorrenti, ad andamento cronico a carico di vari organi. Non è infrequente la comparsa di neoplasie linfoidi o mieloproliferative. La diagnosi di FIV è basata sul riscontro di anticorpi sierici anti FIV. Sebbene la FIV non sia curabile, i gatti asintomatici possono vivere per anni prima di sviluppare una sintomatologia clinica, mentre i gatti sintomatici possono trarre beneficio da una terapia di supporto prolungata nel tempo. La terapia generale di supporto si basa sull'impiego di antibiotici, di fluidi, sul ricorso ad un particolare regime alimentare. Ai fini della prevenzione è opportuno consigliare al proprietario del gatto di non lasciarlo vagare liberamente, di sottoporre a castrazione i soggetti maschi .

    INFERTILITA'
  • Può verificarsi sia nella femmina sia nel maschio. In quest'ultimo è la conseguenza di tutta una serie di situazioni patologiche, che impediscono una sufficiente eliminazione di spermatozoi per fecondare la femmina. Il più delle volte il proprietario di un animale si lamenta del fatto che, volendo avere dei cuccioli, non riesce a portare a termine l'opera, per cui ritiene il maschio sterile. Tale evento, però, maschera spesso errori nella programmazione degli accoppiamenti. E' importante per una corretta comprensione del fenomeno conoscere: l'età in cui si è avuta la discesa dei testicoli nello scroto e quella del primo tentativo di accoppiamento, il comportamento riproduttivo del soggetto, la frequenza ed il numero degli accoppiamenti, il numero dei cuccioli nati, il grado di consanguineità e lo stato di fertilità della fattrice con cui il maschio si è accoppiato, eventuali problemi patologici presenti in passato, il tipo di alimentazione. A parte l'infertilità congenita, quella acquisita può dipendere da numerose cause :
    • Squilibri ormonali.
    • Farmaci e sostanze tossiche, come pesticidi, chemioterapici, steroidi anabolizzanti, corticosteroidi.
    • Occlusione delle vie efferenti (tubuli seminiferi, dotti deferenti) provocata da processi infiammatori acuti e cronici, tumori, stenosi cicatriziali postchirurgiche.
    • Eiaculazione incompleta per motivi anche di carattere ambientale non graditi dall'animale.
    • Cause diverse , come traumi, tumori, infezioni sistemiche.
    Il proprietario dell'animale deve essere informato dell'opportunità di sottoporre il soggetto ad una serie di accertamenti diagnostici al fine di stabilire la causa dell'infertilità e solo una volta che, questa sia stata accertata si potrà iniziare una terapia volta al possibile ripristino della funzionalità carente od assente. Nella femmina l'infertilità può manifestarsi allorché questa presenti anomalie del ciclo sessuale, aborto, rifiuto ad accoppiarsi o non rimanga gravida. E' segnalata più frequentemente in soggetti fecondati in un momento non idoneo, affetti da infezioni uterine o sistemiche, squilibri ormonali, anomalie anatomiche o della funzionalità ovarica . Al fine di giungere alla determinazione della causa alla base dell'infertilità di primaria importanza è la raccolta dei dati anamnestici, attraverso i quali poter sapere ad esempio se la femmina va regolarmente in calore, se ha portato o meno a termine precedenti gravidanze, se non presenta od ha presentato infezioni intercorrenti, se si accoppia regolarmente. La precisa individuazione della causa alla base dell'infertilità della fattrice condizionerà l'approccio terapeutico, che potrà consistere in un intervento chirurgico se trattasi di tube non pervie ,cisti ovariche o malformazioni anatomiche, nell'antibioticoterapia in caso di infezioni uterine, nella somministrazione di ormoni in caso di squilibrio nel loro funzionamento o di principi farmacologici come le gonadotropine per stimolare l'ovulazione.

    INFEZIONI RESPIRATORIE NEL GATTO
  • Gli agenti più frequentemente responsabili delle infezioni del tratto superiore dell'apparato respiratorio del gatto sono due virus altamente contagiosi: l'Herpesvirus felino (FHV-1), che determina la rinotracheite virale felina (FVR) ed il Calicivirus felino (FCV);interviene nel determinismo di tale sindrome anche la Chlamydia psittaci. L'infezione in questione si trasmette per contatto diretto, attraverso secrezioni orali, oculari, nasali ed indiretto. Tra i vari agenti causali sopra menzionati il FCV è il più resistente, potendo sopravvivere sino a 10 giorni nell'ambiente esterno. I soggetti maggiormente a rischio di contagio sono i gattini, gli animali che vivono in gattili e quelli non vaccinati, i gatti colpiti dal virus dell'immunodeficienza felina. Circa l'80% dei gatti che superano l'infezione da FHV e FCV divengono portatori subclinici per più anni; i portatori sani possono eliminare il virus per due settimane in coincidenza con la riacutizzazione dell'infezione latente a causa di situazioni stressanti, come ad esempio la lattazione; quest'ultima via contribuisce alla diffusione della malattia specialmente nei gattini al di sotto delle 5-7 settimane di vita. La sintomatologia clinica, che insorge dopo un periodo di incubazione di 2-6 giorni, è caratterizzata dalla comparsa di rinite sierosa, tracheite con tosse, depressione del sensorio, febbre. In caso di intervento del FHV-1 si può riscontrare scolo nasale ed oculare mucopurulento, cronicizzazione della rinite, tosse profonda , cheratite ed ulcere corneali, aborto. Il FCV provoca l'insorgenza di polmonite interstiziale, ulcere a livello dei cuscinetti plantari e della cavità orale, ptialismo, mentre la Chlamydia causa soprattutto l'esacerbazione della sintomatologia oculare. Il trattamento comprende: un'accurata pulizia degli occhi e del naso (pomate oftalmiche antibiotiche, gocce nasali pediatriche decongestionanti), un adeguato supporto alimentare, la reidratazione, la somministrazione di vitamine del gruppo B, di stimolanti l'appetito, di antibiotici a largo spettro (es.: amoxicillina+acido clavulanico) per controllare le eventuali e frequenti infezioni batteriche secondarie. Per la profilassi è consigliata la vaccinazione nei confronti di FHV-1 e FCV mediante la somministrazione di due dosi di vaccino a distanza di 3-4 settimane a partire dalla 8-10 settimana di vita e quindi un richiamo annuale. E' opportuno vaccinare le fattrici prima dell'accoppiamento e procedere ad uno svezzamento precoce dei gattini.
L
    LEISHMANIOSI
  • La leishmaniosi è una malattia parassitaria dell'uomo e degli animali provocata da un protozoo del genere Leishmania. E' presente in tutti i paesi del Mediterraneo, in determinate aree dell'Africa, in India, in Medio Oriente, in Cina, in quanto legata alle zone di sviluppo dell'insetto vettore. In Italia la leishmaniosi è diffusa lungo le coste, in particolare in Liguria, nelle isole, in Puglia, Calabria, Lazio, Toscana. La trasmissione avviene ad opera di un flebotomo, un piccolo pappatacio, peloso, ematofago, ad attività notturna, silenzioso durante il volo. Questo vive in aree agricole tra i 100 e gli 800 metri sopra il livello del mare e si sposta a distanza limitata dal punto in cui ha preso origine. Si può rinvenire anche nelle periferie urbane dal momento che le larve sono deposte quasi ovunque, prediligono gli anfratti nascosti e le crepe dei muri, per cui anche la prevenzione con trattamenti insetticidi è di difficile realizzazione. Il contagio ha andamento stagionale, soprattutto nel periodo estivo ed in relazione con determinate condizioni climatiche che consentano il suo sviluppo. Nel cane si registra un'alta positività sierologica, che può arrivare sino al 40% della popolazione canina delle aree colpite, anche se molto spesso si tratta di soggetti asintomatici, che rappresentano un serbatoio di infestazione per altri cani e per l'uomo. Negli ultimi anni si è osservato un deciso aumento delle aree interessate e degli animali affetti da leishamniosi. Ciò potrebbe derivare da un'incrementata mobilità dei proprietari di cani e dei loro animali e da una modificazione delle condizioni climatiche che avrebbero favorito la sopravvivenza dei flebotomi. Tutte le razze di cani possono essere colpite da questa parassitosi, anche se risultano meno interessati i soggetti di piccola taglia a motivo del fatto che passano gran parte del loro tempo in casa. La trasmissione diretta dal cane all'uomo non è possibile senza l'intervento dell'insetto vettore; quest'ultimo succhia il sangue di un vertebrato infestato, ingerisce i parassiti, che in esso subiscono una serie di trasformazioni e, successivamente, inocula nella cute di un nuovo ospite le leishmanie, che ,penetrate nell'organismo, si localizzano all'interno dei macrofagi, ove sopravvivono e si moltiplicano. Il cane parassitato può sviluppare una malattia ad andamento progressivo ed esito fatale o rimanere asintomatico. Il periodo di incubazione è assai lungo, da un mese a sei anni. In questo periodo il parassita va incontro ad un'ampia diffusione nell'organismo, con un particolare tropismo per la milza, il midollo osseo, i linfonodi ed il fegato. La leishmaniosi presenta un quadro clinico polimorfo, dato che possono essere interessati numerosi organi. Le manifestazioni cliniche principali sono date da debolezza, abbattimento, diminuzione di peso, atrofia muscolare specialmente a livello di testa, affezioni cutanee. Può insorgere un'epatite cronica accompagnata da vomito, poliuria, polidipsia ed un'insufficienza renale più o meno grave. Si può osservare emorragia nasale di grado variabile, mono o bilaterale e frequentemente un aumento di volume di uno o più linfonodi. Quasi costanti sono le lesioni cutanee, caratterizzate da perdita di pelo simmetrica e da forfora argentea, che iniziano a carico della testa per poi estendersi al resto del corpo; ulcerazioni in prossimità delle prominenze ossee; noduli multipli diffusi sulla superficie corporea. Comunemente si riscontrano lesioni oculari come infiammazione della cornea, della congiuntiva o di altre parti dell'occhio. Non facile risulta la diagnosi di leishmaniosi, che può scaturire da una serie di accertamenti di laboratorio, in seguito ad un fondato sospetto clinico. Le procedure diagnostiche consentono di mettere in evidenza una significativa variazione di determinate proteine del sangue (calo delle albumine, incremento delle beta e gamma globuline) e possono permettere di individuare le leishmanie direttamente in campioni prelevati dai linfonodi e/o dal midollo osseo ed indirettamente tramite una positività ai test sierologici, che valutano il tasso di anticorpi circolanti. Queste determinazioni analitiche hanno un elevato grado di sensibilità e specificità, anche se possono dare risultati dubbi in cani sani, resistenti, che in passato sono venuti a contatto con il parassita o che non hanno ancora prodotto anticorpi, per cui si rende necessaria la ripetizione del test dopo 2 mesi. Di recente è stata messa a punto la tecnica di biologia molecolare, PCR, che risulta altamente sensibile e specifica. Nel cane anche se la terapia permette di ottenere la guarigione clinica, è raro che possa determinare la totale eliminazione del parassita e le recidive sono frequenti. Attualmente il trattamento farmacologico si basa sull'impiego di varie sostanze , in grado di inibire la moltiplicazione del parassita. Esso deve essere accompagnato per una valutazione della sua efficacia da un controllo della funzionalità epatica e renale, dall'esame dei valori delle proteine del siero e dagli esiti negativi dei test sierologici. Tra i vari farmaci meritano di essere ricordati :
    • L'N-metil-glucamina (meglumine) antimoniato, non disponibile in taluni paesi per cui è impiegato lo stilbogluconato di sodio. E' inoculato per via sottocutanea od intramuscolare profonda ogni 12 ore, alla dose di 50mg/Kg; questa terapia va protratta, tenendo sempre sotto stretto controllo le condizioni di salute dell'animale, sino alla normalizzazione del tracciato elettroforetico e del rapporto albumine/globuline. Se dopo 40 giorni di impiego non si hanno risposte positive si deve ritenere che ci si trovi di fronte ad un ceppo di Leishmania resistente e si deve adottare una diversa strategia terapeutica. L'uso della meglumina antimoniato non previene le recidive, che si osservano nel 75% dei casi dopo 6-8 mesi. Il suo impiego è consigliato in associazione con l'allopurinolo, (15-20 mg/Kg per os ogni 12 ore), al fine di potenziare l'effetto parassitostatico ed indurre remissioni più prolungate. L'allopurinolo è un analogo dell'ipoxantina. Le leishmanie non sono in grado di sintetizzare le purine per cui lo incorporano nel loro RNA con conseguente alterazione della sintesi proteica. I mammiferi possono, invece, sintetizzare le purine e ciò fa si che questo composto abbia una tossicità assai bassa.
    • L'amminosidina, antibiotico aminoglicosidico, che è somministrata alla dose di 5,25-10,5 mg/Kg intramuscolo o sottocute ogni 12 ore per 2-3 settimane; può avere effetti collaterali nefro ed ototossici.
    La prevenzione della leishmaniosi nel cane passa attraverso la lotta all'insetto vettore e l'attuazione delle misure necessarie per evitare l'esposizione dell'animale al parassita: nelle zone in cui la malattia è particolarmente diffusa. Poiché il pappatacio colpisce generalmente dopo il crepuscolo e nelle prime ore del mattino, i cani non dovrebbero essere lasciati all'aperto durante la notte e sarebbe opportuno applicare delle zanzariere alle finestre, meglio se trattate con insetticidi. Nell'uomo la malattia è tradizionalmente classificata, in base alle manifestazioni cliniche come leishmaniosi viscerale, cutanea e mucocutanea. I sintomi si possono manifestare dopo 2-4 settimane, oppure mesi od anni dal primo contagio, così come soggetti asintomatici possono risultare sieropositivi. La classica leishamniosi viscerale colpisce bambini e giovani adulti ed è caratterizzata nella forma conclamata da epatosplenomegalia, anemia con leucopenia, piastrinopenia, trombocitopenia ed ipergammaglobulinemia, febbre elevata ad andamento irregolare. Sono stati segnalati numerosi casi in soggetti con deficienze immunologiche (AIDS), in cui la malattia ha un decorso particolarmente grave e rapido in quanto virus e protozoo cooperano nella distruzione del sistema immunitario. Las forma di leishamniosi cutanea nell'uomo, detta bottone d'oriente, è caratterizzata da lesioni cutanee ulcerative, mentre quella mucocutanea è più grave con ulcerazioni a carico anche di cavità orale e nasale.

    LEPTOSPIROSI
  • La leptospirosi è provocata da sierotipi diversi appartenenti al genere Leptospira ,come la L. ictero-haemorragiae, canicola, grippotyphosa che possono infettare sia cani sia gatti, anche se la malattia si manifesta clinicamente solo nel cane. L'infezione è da porsi in relazione con l'eliminazione del microrganismo attraverso le urine per mesi od anni dopo l'infezione da parte di animali che hanno superato la malattia. L'infezione avviene solitamente per contatto mucocutaneo con le leptospire presenti nell'ambiente (acqua contaminata, cibo, terreno, vegetazione, attrezzature), è, comunque, possibile una trasmissione transplacentare, venerea e mediante morsicature. Gli animali selvatici ed i roditori sono i serbatoi della leptospirosi. A distanza di 4-12 giorni dall'infezione si instaura una leptospiremia, i primi organi bersaglio sono reni e fegato con conseguente comparsa di insufficienza renale e necrosi epatica acuta. I sintomi clinici variano a seconda dell'età e dello stato immunitario dell'animale, dei fattori ambientali che influiscono sulla sopravvivenza delle leptospire e della virulenza del sierotipo coinvolto. Le manifestazioni cliniche possono essere caratterizzate da abbattimento, febbre, anoressia, vomito, ematemesi, melena, epistassi, congiuntivite, rinite, ematuria, congestione delle mucose, insufficienza renale ed epatica acuta, emorragie puntiformi diffuse con ittero e coagulazione intravasale disseminata. Ai fini diagnostici risultano significativi i risultati degli esami sierologici volti ad evidenziare un aumento del titolo anticorpale. Dal punto di vista terapeutico è opportuno instaurare un trattamento in funzione della gravità della sintomatologia : per la disidratazione e l'insufficienza renale si può intervenire mediante la somministrazione di fluidi per via endovenosa ( soluzioni bilanciate, isotoniche), efficaci nei confronti delle leptospire si dimostrano gli antibiotici (associazione penicillina G procaina + diidrostreptomicina, tetracicline ) impiegati per circa tre settimane. La leptospirosi è una zoonosi per cui è opportuno consigliare un'igiene appropriata ed una particolare attenzione riguardo al contatto con urine contaminate ed il ricorso a disinfettanti a base di iodio od a soluzioni di ipoclorito di sodio. Per la leptospirosi è raccomandata la vaccinazione di routine a partire dalla 9-10 settimana di vita dell'animale con 1 o 2 richiami a distanza di 3-4 settimane , un richiamo annuale o più frequentemente (ogni sei mesi ) nelle zone endemiche od in situazioni a rischio ( cani da esposizione, da caccia, che hanno facile accesso a stagni ).

    LEUCEMIA FELINA
  • Il virus della leucemia felina (FeLV) è un Retrovirus trasmissibile per via orizzontale e rappresenta la maggiore causa di morbilità e mortalità nel gatto domestico. Esso si diffonde fondamentalmente per contatto diretto della mucosa oronasale con la saliva infetta, ma la trasmissione transplacentare e quella tramite il colostro sono parimenti importanti. Dopo una fase iniziale di replicazione a livello di mucosa nasale, di cavità orale e linfonodi regionali, il virus si moltiplica nel tessuto linfoide, nelle cellule epiteliali delle cripte intestinali ed in quelle del midollo osseo con conseguente infezione dei tessuti epiteliali e ghiandolari ed eliminazione del virus attraverso la saliva e l' urina.
      L'esordio dell'infezione da FeLV è variabile e può portare a tre diverse situazioni patologiche:
    • Stato di non infezione, per insufficiente esposizione al virus o resistenza intrinseca nei suoi confronti.
    • Infezione persistente, con comparsa della malattia dopo un periodo di latenza di durata variabile (da mesi ad anni)
    • Infezione transitoria, con sviluppo di una forma morbosa che è in seguito rigettata dal sistema immunitario portando alla comparsa del fenomeno di soggetti portatori asintomatici.
    • I sintomi clinici dell'infezione da FeLV sono legati agli effetti oncogenici, citopatici ed immunosoppressivi del virus. Si può pertanto osservare il manifestarsi di:
    • Neoplasie linfoproliferative a carico di organi diversi.
    • Disordini mieloproliferativi, caratterizzati da anoressia, abbattimento, dimagrimento, anemia progressiva, ittero, aumento di volume del fegato e della milza
    • Anemia FeLV correlata.
    • Immunodeficienza FeLV indotta, per soppressione del sistema immunitario del gatto con conseguente possibilità di contrarre un'ampia varietà di infezioni opportunistiche, ad andamento soprattutto cronico.
    • Aumento di volume dei linfonodi periferici.
    • Infertilità, natimortalità ed aborto.
    L'incidenza dell'infezione da FeLV è particolarmente significativa in soggetti di età compresa tra 1 e 6 anni, con una media di 3 anni. Ai fini diagnostici si ricorre ampiamente all'uso di test utili per diagnosticare le affezioni FeLV correlate, per valutare la presenza di un'infezione subclinica o per identificare l'infezione in un gattile. I test più largamente impiegati si basano su metodiche di immunofluorescenza indiretta od immunoenzimatiche. Queste ultime, in genere, tendono a dare risposte positive, dopo il contatto con il virus, più precocemente rispetto all'immunofluorescenza e risultano più sensibili; d'altro canto quest'ultima da un minor numero di risultati falsi positivi e consente una migliore correlazione con l'infezione persistente. Non esiste un trattamento specifico per la FeLV, ma è utile il ricorso alla terapia antibiotica, alla somministrazione di fluidi ed al supporto nutrizionale. Parte dei segni clinici può essere risolta ricorrendo all'uso di immunomodulatori come l'interferone. In considerazione della diffusione e delle conseguenze assai gravi di questa infezione, è di fondamentale importanza la prevenzione. Gli interventi preventivi comprendono la vaccinazione dei singoli soggetti, la restrizione della possibilità di vagare all'aperto e misure di controllo per ridurre la diffusione della FeLV nei gattili. Il virus, infatti, si trasmette da gatto infetto a sano attraverso morsi, il leccamento, stretti contatti casuali, condivisione della stessa ciotola. Sono attualmente disponibili dei vaccini contro la FeLV che sono inoculati per via sottocutanea od intramuscolare, a partire dalla 8-10 settimana di età, con una seconda dose a 2-4 settimane di distanza, seguita da un richiamo annuale. Nei gattili si consiglia di testare per la FeLV tutti i gatti presenti ed allontanare quelli riscontrati positivi, vaccinare i restanti gatti negativi, disinfettare accuratamente l'ambiente, testare nuovamente i gatti ogni 1-3 mesi e considerare il gattile indenne solo dopo due risultati negativi ottenuti a distanza di 3 mesi di intervallo.
M
    MALATTIA DA GRAFFIO DI GATTO
  • E' una forma morbosa indotta nell'uomo da un morso o da un graffio di gatto, i quali possono veicolare un germe, la Bartonella henselae. Nell'uomo si può osservare la comparsa di papule eritematose in corrispondenza della lesione, di febbre di modesta entità, di un aumento di volume dei linfonodi regionali, che si presentano caldi e dolenti. La maggior parte dei casi si risolve spontaneamente, mentre nei soggetti, in cui le manifestazioni cliniche sono più rilevanti, può essere indicato il ricorso ad una terapia antibiotica (gentamicina, doxiciclina, eritromicina) mirata, legata alla sensibilità del batterio in questione.

    METRITE
  • E' un'infiammazione dell'utero, provocata da germi soprattutto Gram negativi, come l'E.Coli, e che si osserva più comunemente dopo un parto , un aborto od un accoppiamento. I germi risalgono le vie genitali attraverso la cervice pervia. Può interessare solo l'organo colpito o dar luogo ad un'infezione generalizzata in seguito al verificarsi di una sepsi. L'animale presenta depressione, anoressia, febbre, mucose congeste, scolo vulvare, purulento, maleodorante Il trattamento di elezione consiste nell'isterectomia in caso di un grave processo infettivo o della presenza di complicazioni locali o di soggetti anziani. La terapia farmacologica, oltre che combattere la disidratazione, correggere gli squilibri elettrolitici, prevede l'impiego di antibiotici battericidi a largo spettro, scelti sulla base di un antibiogramma dopo esame colturale del fluido vaginale, di ossitocina o prostaglandina F 2 alfa per via intramuscolare per favorire lo svuotamento dell'utero.
N
 
O
    OTITE
  • Infiammazione del condotto uditivo, che può interessare la porzione esterna, media od interna, provocata da molteplici cause, tra le quali possiamo annoverare: parassiti (Otodectes cynotis, Demodex spp., Sarcoptes e Notoedres), fenomeni di ipersensibilità (atopia, allergie alimentari, da contatto, reazioni da farmaci), corpi estranei (forasacchi), stenosi (polipi, iperplasia delle ghiandole ceruminose, accumulo di peli), disordini della cheratinizzazione (seborrea, iperproduzione di cerume), malattie autoimmuni. I fattori menzionati provocano, oltre a danni diretti per l'azione da essi indotta, l'intervento di batteri quali Proteus e Pseudomonas nel cane o stafilococchi nel gatto. Le infezioni possono complicarsi per la presenza di Malassezia pachydermatis, meno frequentemente di miceti (Aspergillus, Candida spp.). Fattori predisponenti sono rappresentati da una conformazione anomala del condotto uditivo legata alla razza come ad esempio un padiglione auricolare pendulo che limita l'ingresso di aria, da umidità in eccesso, da tecniche di pulizia non idonee. L'infiammazione può anche cronicizzarsi con conseguente aumentata produzione di cerume, ispessimento dell'epidermide e del derma, riduzione della pervietà del canale uditivo. L'infezione acuta, in caso di otite esterna, è caratterizzata da un essudato maleodorante, generalmente purulento, arrossamento della parte colpita ed intenso dolore alla palpazione; nell'otite media od interna lo scolo può essere meno pronunciato e predominano gli aspetti produttivi con meati ispessiti e stenotici. Il processo patologico può causare l'insorgenza di fenomeni nervosi attestanti un deficit vestibolare transitorio o meno, che si contraddistingue per una serie di sintomi come rotazione della testa, incoordinazione dei movimenti, vomito, strabismo. Nel caso di un'otite esterna o media è consigliabile: - la somministrazione di antibiotici per via generale come l'associazione trimethoprim-sulfamidici, la cefalexina, l'enrofloxacin, la clindamicina, l'amoxicillina+ acido clavulanico.
    • L'impiego per brevi periodi di antinfiammatori sistemici, quali il prednisone.
    • L'accurata pulizia del meato acustico esterno con prodotti in grado di esercitare un'azione ceruminolitica, disinfettante, astringente (come la clorexidina).
    • Il ricorso a prodotti antiparassitari o antimicotici in caso di presenza di tali agenti patogeni.
    In caso di otite media od interna è preferibile utilizzare antibiotici per via sistemica, possibilmente selezionati in seguito all'effettuazione di un esame batteriologico e di un 'antibiogramma (generalmente si dimostrano efficaci le cefalosporine e le penicilline penicillasi resistenti), e lavare il condotto uditivo con soluzione fisiologica tiepida.. Per un'adeguata prevenzione dell'insorgenza di processi flogistici a carico delle orecchie è importante che sia effettuata da parte del proprietario dell'animale una loro periodica pulizia .

    OTOACARIASI
  • Una marcata infiammazione del condotto uditivo esterno del cane e del gatto può essere provocata dall'azione di parassiti appartenenti al genere Otodectes cynotis. E' una situazione patologica particolarmente frequente in soggetti giovani, anche se può essere osservata in animali di qualsiasi età. L'affezione è caratterizzata clinicamente da un intenso prurito localizzato soprattutto in corrispondenza di orecchie , testa e collo; a carico del condotto uditivo internamente si possono riscontrare spesse croste di colore rossastro o nerastro ed esternamente delle escoriazioni, conseguenza del grattamento. Gli acari possono essere identificati mediante un tampone auricolare posto in olio di vaselina. A motivo dell'elevata contagiosità di questa parassitosi è opportuno sottoporre a trattamento tutti gli animali venuti a contatto con un soggetto affetto e disinfestare con scrupolosità l'ambiente. Dal punto di vista terapeutico prima di tutto è necessario procedere ad un'attenta pulizia delle orecchie con olio di vaselina, quindi impiegare prodotti a base di rotenone, all'inizio due volte la settimana, poi una sola volta. E' stata anche utilizzata con successo l'ivermectina per via locale o sistemica o , se il suo uso non è ritenuto opportuno, l'animale può essere trattato tutte le settimane con un prodotto antipulci sotto forma di spray a base di piretrine per 4-6 settimane. Dopo un mese dall'inizio della terapia è consigliata una visita di controllo e l'esecuzione di un ulteriore tampone auricolare.
P
    PAURE E FOBIE NEL CANE E NEL GATTO
  • Paure, fobie, ansie e disturbi ossessivo - compulsivi sono dei problemi comportamentali di difficile diagnosi e trattamento, che, oltre a rimedi di natura farmacologica, prevedono un intenso impegno da parte del proprietario per contribuire alla loro eliminazione. La fobia può definirsi come una risposta improvvisa, del tipo o tutto o niente, intensa, anormale, immediata, eccessivamente ansiosa, che determina comportamenti legati alla paura (panico, catatonia). La sua caratteristica fondamentale è la rapidità con cui si verifica a differenza della paura, che ha un'insorgenza più graduale. Si ritiene che, allorché l'animale ha provato l'evento fobico, qualsiasi accadimento associato ad esso od anche il suo ricordo sia sufficiente ad indurre la risposta fobica. La fobia può perdurare come tale per anni ed il più delle volte è associata a rumori forti. La paura è un senso di apprensione congiunto alla presenza od alla vicinanza di un determinato soggetto, individuo, situazione sociale o ambientale. La paura è una componente normale del comportamento e può rappresentare una risposta adattativa a stimoli di varia natura. Paura o risposta legata ad essa acquistano il carattere di anormalità per l'intensità della reazione che il soggetto manifesta in relazione alla vicinanza ed alla percezione dello stimolo che l'ha indotta. I disturbi ossessivo-compulsivi sono comportamenti anomali che hanno come caratteristiche ricorrenti azioni esagerate per durata, frequenza ed intensità, che sono al di fuori del contesto delle situazioni in cui si verificano. Una delle principali caratteristiche è rappresentata da tutta una serie di situazioni anomale dirette verso se stessi come movimenti in circolo, rincorrersi la coda, correre lungo le recinzioni, acchiappare mosche inesistenti, automutilazioni, abbaiare a se stessi, succhiare pezzi di stoffa. L'ansia è l'anticipazione apprensiva di un futuro pericolo o disagio, associata ad un senso di aumentata tensione psicologica. L'insieme di queste situazioni può provocare alterazioni fisiopatologiche a carico di vari organi ed apparati, fondamentalmente correlate ad uno stato di stress. Di rilievo sono le manifestazioni anomale comportamentali come la comparsa di tremori, il tenere la coda piegata tra le zampe, atteggiamenti di fuga, autotrumatismi, ecc. L'intervento nelle situazioni sopra riportate consiste nell'identificazione dell'evento stressante, nella sua rimozione, in misure di desensibilizzazione e controcondizionamento adottate dal proprietario. L'intervento farmacologico può costituire un utile supporto e si basa sull'impiego di ansiolitici come l'amitriptilina (gatto:5-10 mg/Kg per os ogni 24 ore; cane:2,2-4,4 mg/Kg per os ogni 24 ore), la clomipramina (cane: 1-2 mg /Kg per os ogni 12 ore), il naltrexone (gatto: 2.2 mg /Kg per os ogni 24 ore, cane: 2.2 mg/Kg per os ogni 24 ore) . Il proprietario deve essere informato che alcuni dei principi attivi sopra ricordati come la clomipramina richiedono alcune settimane prima di esplicare effetti significativi. Se l'animale è sottoposto ad un trattamento protratto nel tempo è opportuno sottoporlo regolarmente ad un chek up.

    PERITONITE INFETTIVA FELINA
  • La peritonite infettiva felina (FIP) è una malattia sistemica immunomediata, progressiva e letale sostenuta da un Coronavirus, il quale provoca un'infezione diffusa del sistema macrofagico ed una vasculite da immunocomplessi con conseguente necrosi ed infiammazione piogranulomatosa. La FIP è diffusa in tutto il mondo nel gatto domestico ed anche in felini selvatici; il virus è eliminato attraverso le secrezioni orali, respiratorie, le feci e talora le urine. L'infezione avviene per ingestione od inalazione in condizioni di stretto contatto. Il virus può sopravvivere nell'ambiente esterno per diversi giorni così che la trasmissione attraverso attrezzature e soggetti portatori è un'ulteriore possibilità. Fattori di rischio sono costituiti sia dalla giovane età dell'animale (tra i 6 mesi ed i 5 anni di età) sia da un'elevata concentrazione di animali (gattili). I gatti colpiti da FIP presentano inizialmente segni clinici non specifici come febbre persistente ad andamento fluttuante, accrescimento corporeo stentato, anoressia, dimagrimento, vomito, diarrea, disidratazione, anemia. Il quadro clinico della malattia può variare in modo significativo secondo la virulenza del ceppo virale, dell'efficienza del sistema di difesa immunitaria del soggetto e dell'apparato colpito. Col progredire della malattia divengono evidenti i sintomi clinici dovuti ai versamenti cavitari nella forma "umida" od organo-specifici nella forma non effusiva (secca) Il tempo di incubazione è assai variabile da pochi giorni a poche settimane( in alcuni soggetti si protrae sino a diversi mesi), l'insorgenza è spesso insidiosa ed il decorso solitamente progressivo e fatale. La forma essudativa è caratterizzata da distensione non dolente dell'addome, edema dello scroto, vomito, diarrea, sviluppo di aderenze in sede addominale, effusione pericardica e toracica, ascite. La forma secca è contraddistinta da un'infiammazione piogranulomatosa , da una vasculite necrotizzante a carico di vari organi (fegato, rene, sistema nervoso centrale, occhi, polmone) e dall'insorgenza di una sintomatologia in funzione dell'organo o degli organi colpiti. La diagnosi di FIP è generalmente sospettata e formulata sulla base dei segni clinici , può essere avvalorata da riscontri di laboratorio di natura ematologica, ematochimica, sierologica, istologica. Attualmente non si conosce alcun trattamento specifico per la FIP; i corticosteroidi sono impiegati per controllare le reazioni infiammatorie secondarie immunomediate; può essere di giovamento una cura di supporto fondata su : drenaggio ripetuto del liquido presente in sede cavitaria, fluidoterapia parenterale, regime dietetico volto al ripristino dell'appetito, trasfusioni di sangue. Ai fini profilattici è stato messo a punto un vaccino negli USA da somministrare in due dosi per via intranasale a distanza di 4 settimane e da ripetere ogni 6-9 mesi. Nei gattili è opportuno isolare i gatti con segni clinici riferibili a FIP, consentire l'introduzione di gatti con titoli FIP negativi ,mantenere un buon management ambientale attraverso periodiche disinfezioni.

    PIODERMITE
  • Si tratta di un'affezione particolarmente frequente nel cane , meno nel gatto, che si osserva soprattutto in razze a pelo corto ed in soggetti in cui la cute ha perso la sua integrità anatomica ,è stata esposta ad un'eccessiva esposizione all'umidità od ha subito una modificazione della flora batterica superficiale. La piodermite superficiale colpisce il tronco, mentre quella profonda interessa soprattutto mento, naso, estremità distali degli arti. Più rara è la forma generalizzata. Intervengono nell'eziologia di questa affezione ceppi di Stafilococchi e nella forma profonda batteri Gram negativi come E. coli, Pseudomonas, Proteus. Numerosi sono i fattori predisponenti quali ad esempio fatti allergici, infestioni parassitarie, endocrinopatie, seborrea, traumi, fenomeni di immunodeficenza . Di rilievo a tal fine sono le notizie anamnestiche, che può fornire il proprietario dal momento che ,se la causa è allergica, il prurito in genere precede la comparsa delle lesioni cutanee e non si esaurisce con la loro guarigione; se indotta da un'ipersensibilità al morso delle pulci, la piodermite ha un andamento stagionale, mentre se alla base c'è un'endocrinopatia, il proprietario può riferire della presenza di una serie di sintomi collaterali. Clinicamente si possono osservare una serie di lesioni quali papule, pustole, croste, aree prive di pelo, desquamazione, microascessi, foruncolosi. Ai fini diagnostici e terapeutici si rivela di utilità l'effettuazione di un esame batteriologico, con relativo antibiogramma, volto alla identificazione dell'agente causale e dell'antibiotico maggiormente efficace. Generalmente i ceppi di Stafilococco comunemente isolati sono sensibili a cefalosporine, oxacillina, amoxicillina- acido clavulanico, enrofloxacina , clindamicina,eritromicina, cloramfenicolo. La terapia antibiotica deve essere proseguita per almeno due - tre settimane dopo la guarigione clinica dell'animale, per cui essa si protrarrà per circa un mese in caso di piodermite superficiale o per 2-3 mesi se profonda. E' controindicato l'uso di corticosteroidi, dato che può dar luogo a fenomeni di antibiotico resistenza. Può risultare utile attuare una terapia collaterale impiegando shampoo a base di benzoilperossido o clorexidina. Eventuali recidive possono essere prevenute sottoponendo l'animale a frequenti lavaggi o prolungando il trattamento antibiotico .

    PIOMETRA
  • E' una raccolta di essudato purulento all'interno del lume uterino, generalmente conseguente ad un'iperplasia endometriale cistica, ad andamento progressivo , che induce la comparsa di una flogosi. In condizioni normali il ciclo estrale della cagna è caratterizzato da una fase di diestro , della durata di circa due mesi, in cui l'ormone predominante è il progesterone. La continua stimolazione della mucosa uterina da parte dell'azione combinata di estrogeni e progesterone ad elevate concentrazioni, senza che si verifichi una gravidanza, può portare all'instaurarsi di un'iperplasia dell'endometrio con accumulo progressivo di secreti al suo interno. Questi ultimi costituiscono un ottimo terreno di sviluppo di numerosi batteri , capaci di raggiungere l'utero dalla vagina attraverso la cervice, la quale nelle fasi di estro e proestro mantiene un certo grado di pervietà. I germi facenti parte della normale flora microbica della vagina, come ad esempio l'E. coli, sono quelli maggiormente implicati nel determinismo di questa forma patologica. Generalmente vanno incontro a questa forma patologica animali di età superiore ai 6 anni, ma anche soggetti di età inferiore specialmente se sottoposti a trattamenti con estrogeni o progestinici di sintesi. Sono più comunemente colpite le femmine di età avanzata, che non hanno mai partorito e/o che hanno avuto false gravidanze. La sintomatologia è contraddistinta da depressione, anoressia, vomito, poliuria e polidipsia, aumento di volume dell'addome, ipertermia, ingrossamento dell'utero alla palpazione ed, in caso di parziale pervietà della cervice, scolo vaginale similpurulento e maleodorante. La diagnosi scaturisce, oltre che dai rilievi clinici diretti, da ulteriori esami strumentali quali quello radiografico ed ecografico. La piometra è una malattia ad elevato rischio per la sopravvivenza dell'animale, che deve essere prontamente ricoverato presso una clinica veterinaria e sottoposto a trattamento con soluzioni reidratanti ed antibiotici per via parenterale. Il trattamento di elezione per la piometra, specialmente se la cervice è chiusa, è rappresentato dall'ovariosterectomia.

    PRURITO
  • I problemi di natura dermatologica sono assai diffusi nel cane e nel gatto e molto spesso sono caratterizzati dalla presenza di un particolare sintomo: il prurito. Tale evento generalmente è motivo di apprensione per il proprietario del nostro piccolo amico sia per il disagio che in esso provoca sia per la preoccupazione che questo possa essere determinato da un agente causale trasmissibile all'uomo o ad eventuali altri animali presenti in casa. Le cause più frequenti sono da porre in relazione con fenomeni di natura allergica o parassitaria, meno comunemente con eventi di origine virale, batterica o tumorali, malattie psicogene. Varie sono le manifestazioni con cui può presentarsi questo particolare sintomo; innanzitutto può essere continuo od intermittente, moderato od intenso, localizzato ad una determinata parte del corpo o diffuso a più aree, in secondo luogo può essere caratterizzato da fenomeni diversi talora associati tra loro. Lo scuotimento della testa può stare ad attestare un problema di prurito in corrispondenza del padiglione auricolare, con arrossamento dello stesso ed eccessiva produzione di cerume. Lo strofinamento talora delle labbra o più frequentemente delle zone dorsali o laterali contro porte . mura o pavimento provoca perdita di pelo ed infiammazione della parte. Il leccamento spesso localizzato ad addome, zampe, inguine, genitali induce la comparsa di alopecia (perdita di pelo), arrossamento della cute, ulcerazioni più o meno superficiali con conseguenti infezioni secondarie alla penetrazione di germi d'irruzione normalmente presenti sulla superficie corporea. Il grattamento, il più delle volte segnalato a carico di collo, testa, ascelle, fianchi ed addome, può indurre significative alterazioni della pelle, che assume con il tempo un aspetto rugoso, presenta escoriazioni ed emana cattivo odore. E' importante per giungere ad una diagnosi precisa circa la causa del prurito prendere in attenta considerazione: anamnesi (storia passata e recente del paziente) , far eseguire un'attenta visita clinica dal medico veterinario di fiducia, sottoporre l'animale a test diagnostici mirati. La raccolta di dati in maniera puntuale può consentire di stabilire il momento di insorgenza della malattia, la durata e l'intensità del prurito, il decorso della forma morbosa, la sua prevalente localizzazione, l'eventuale tendenza a diffondersi ad altre regioni del corpo. Così un'allergia provocata dalla plastica della ciotola interessa principalmente le labbra, mentre l'uso di un particolare shampoo può dar luogo ad una forma generalizzata. Molto spesso l'insorgenza del prurito è stagionale e tale evento può essere messo in relazione con la presenza di pulci, acari, pollini ad esempio di graminacee o con un'atopia (una dermopatia a predisposizione familiare, in cui l'animale si sensibilizza nei confronti di una sostanza che non provoca alcun sintomo in soggetti non predisposti). Tipo di lesioni, loro localizzazione, età di insorgenza possono essere indicativi di una specifica affezione: ad esempio il riscontrare sull'addome di un cane, di pochi mesi di vita, affetto da intenso prurito delle vescicolette, rotondeggianti, a contenuto sieroso, insorte da pochi giorni, talora associate a manifestazioni gastroenteriche può testimoniare di un'ipersensibilità alimentare, cioè di una sensibilizzazione a sostanze presenti nell'alimento. Possono in questo caso essere ritenute responsabili di tale fenomeno patologico soprattutto le proteine di origine animale, vegetale, i carboidrati. Molte affezioni della cute a carattere pruriginoso negli animali possono essere trasmesse all'uomo. A titolo di esempio possiamo, inoltre, citare certe forme di rogna, le micosi od un'infestazione da pulci. Quest'ultima è assai comune in animali non ben seguiti dal proprietario e determina la comparsa di una dermatite allergica, causata dalla sensibilizzazione alla saliva di questi ectoparassiti in pazienti che solo sporadicamente ne sono colpiti. Molto spesso non è dato di osservare la presenza delle pulci, ma solo le lesioni da esse indotte le quali sono fondamentalmente rappresentate da alterazioni pruriginose a carico del dorso con rarefazione del mantello, presenza di arrossamenti cutanei e comparsa di piodermiti secondarie, ad insorgenza rapida, più o meno localizzate. Assai utile risulta in caso di prurito un'attenta osservazione della risposta alla terapia e l'adozione di misure atte ad eliminare la causa sensibilizzante ad esempio di una manifestazione allergica. Così in caso di allergia alimentare sarà opportuno modificare il regime nutrizionale introducendo nella dieta nuove fonti proteiche in precedenza mai somministrate all'animale; nelle dermatiti atopiche il trattamento si basa sull'uso di vaccini desensibilizzanti, terapie sintomatiche basate sull'impiego di antistaminici (idrossizina, difenidramina,clorfeniramina), cortisonici (idrocortisone, betametasone), acidi grassi essenziali, farmaci con effetto psicogeno (amitriptilina) shampoo antisettici ed emollienti. Nelle infestazioni da pulci , dopo aver eliminata la causa e combattuti i sintomi da essa indotti ,sarà opportuno adottare un'adeguata gestione dell'animale basata sulla prevenzione di tale fenomeno mediante l'uso sistematico di prodotti antiparassitari repellenti. Una volta che il veterinario avrà raccolto l'anamnesi e visitato attentamente l'animale potrà emettere un primo giudizio relativo all'evoluzione clinica ed all'entità del prurito. Questi dati sono utili per stabilire un elenco di possibili diagnosi differenziali, cui far seguire l'esecuzione di appropriati test volti a risalire all'origine causale del prurito. Potrà essere utile ricorrere ad un raschiato cutaneo, il quale può consentire di evidenziare forme di rogna o la presenza di eventuali ectoparassiti. In caso di sospetto si può sottoporre il pelo ad un esame colturale per la ricerca di miceti a localizzazione cutanea (Microsporum, Tricophyton). Nel caso di forme cutanee secondarie a squilibri ormonali il veterinario potrà far ricorso ad esami del sangue per stabilire il livello ematico di determinati ormoni od a prelievi bioptici di piccoli frammenti cutanei.

    PULCI
  • La specie di pulce più comunemente segnalata nel cane e nel gatto è rappresentata dal Ctenocephalides felis felis, originaria del'Africa e la cui diffusione è stata favorita dagli intensi scambi cui sono sottoposti i piccoli animali. Si tratta di una specie non ospite specifica, la quale sembra aver soppiantato la specie originaria del cane, presumibilmente a motivo delle particolari esigenze ambientali di quest'ultima. Le pulci adulte vivono in permanenza sui loro ospiti animali, sui quali le femmine adulte depongono le uova e da cui traggono sostentamento, succhiandone il sangue. Dopo il primo pasto della femmina avviene l'accoppiamento, cui consegue la deposizione di un gran numero di uova sino a 46 al giorno. Si consideri, poi, che ogni pulce esplica tale funzione fino al momento della sua morte (vita media 113 giorni). Le pulci femmine succhiano più sangue del maschio e lo eliminano tal quale con le feci, che costituiscono la principale fonte di nutrizione delle larve. Feci delle pulci e uova dal mantello dell'animale cadono nell'ambiente circostante, le cui condizioni di temperatura ed umidità influenzano notevolmente il possibile sviluppo delle pulci. Dopo la schiusa, le larve nel periodo della muta si localizzano lontano dalla luce, per esempio in fenditure del pavimento, sotto i tappeti, essendo così protette dall'azione di insetticidi che fossero eventualmente sparsi nell'ambiente. Successivamente si ha l'evoluzione nella pulce adulta, secondo tempi e modalità non costanti. Questi ectoparassiti sono nocivi sia per l'uomo sia per gli animali ed inducono la comparsa di forme allergiche, che vanno sotto il nome di ipersensibilità da morso di pulce. Ad esempio negli animali da compagnia un numero elevato di queste può indurre la comparsa di anemia o contribuire alla trasmissione di parassiti interni come la tenia. La pulce del gatto, non essendo ospite specifica, frequentemente si localizza sull'uomo. Generalmente l'infestazione da pulci non è comune negli animali adulti, oggetto di costante attenzione da parte del proprietario e sottoposti ad una normale attività di toelettaura del mantello. Il passare su quest'ultimo un pettine a denti stretti allontana rapidamente i parassiti, oltre a permettere di individuarne facilmente la presenza. Le pulci possono essere controllate adottando misure di natura sia chimica che non, volte ad interrompere il loro ciclo vitale e ad impedire che il problema si ripresenti. I provvedimenti d'ordine generale comprendono la toelettaura degli animali, il lavaggio di lettiere e cucce, la pulizia degli ambienti con aspirapolvere, mentre per le prime ci si affida all'uso di prodotti quali gli insetticidi o i regolatori di crescita degli insetti.
      Tra gli insetticidi si possono annoverare:
    • Borati (sodio poliborato)
    • Clornicotinilguanidina (imidacloprid)
    • Fenilpirazoli (fipronil)
    • Piretroidi (piretrine, permetrina, fenvalerato)
    • Esteri fosforici (fenthion, diazinone, citiotato)
    • Carbamati (propoxur)
    I regolatori della crescita degli insetti sono rappresentati da analoghi dell'ormone giovanile ed inibitori della sintesi della chitina, quali: metoprene, fenossicarb, piriproxifen, lufenuron. Il metoprene è forse il più noto tra gli analoghi dell'ormone giovanile ed è in grado di agire sullo sviluppo delle pulci in vari stadi; ad esso spesso è associato un insetticida come la permetrina per uso ambientale. Il lufenuron, rappresentante degli inibitori della sintesi della chitina, è in grado di tenere sotto controllo le pulci per sei mesi e, qualora sia impiegato come unico rimedio, è buona regola iniziare il suo uso prima che le pulci inizino la loro attività. Gli antiparassitari, rinvenibili in commercio per la lotta agli ectoparassiti, si possono trovare sotto presentazioni diverse:
    Prodotti(Vantaggi/Inconvenienti)
      Polveri(costo/secchezza del pelo)
    • facilità d'uso/effetto insetticida rapido, ma fugace rischio di tossicità

      Shampoo(azione rapida/impiego complesso)
    • attività residuale nulla dopo risciacquo

      Lozioni(azione rapida/impiego non semplice)
    • durata scarsa
    • rischio di tossicità

      Collari(praticità d'uso/in genere non molto efficaci)
    • possibili reazioni locali

      Prodotti microincapsulati(possibile prolungamento dell'effetto/possibile effetto ritardato ed incremento della tossicità)

      Spray(facilità di impiego effetto rapido/reazioni di timore da parte dei gatti)

      Spot on sistemici(praticità d'uso/efficacia talora inferiore a quanto riportato attività successiva all'intervento del parassita)

      Spot on locali(praticità d'uso buona efficacia bassa tossicità/attività per contatto, i parassiti non devono compiere il pasto di sangue per essere eliminati)

      Gli insuccessi nel trattamento del problema pulci può essere secondario ad una serie di cause, quali:
    • capacità delle pulci di deporre uova vitali prima che l'insetticida ne provochi la morte;
    • impossibilità di sottoporre a trattamento tutti gli animali presenti;
    • impossibilità di trattare tutti gli ambienti frequentati dall'animale;
    • diminuzione dell'efficacia del trattamento prima della data prevista per l'intervento successivo;
    • presenza nell'ambiente di stadi immaturi delle pulci non interessati dall'applicazione di regolatori di crescita;
    • pulci provenienti da un altro animale estraneo alla famiglia.
Q
R
    RABBIA
  • Il virus della rabbia è in grado di infettare tutti gli animali a sangue caldo, compreso l'uomo, interessando il sistema nervoso e trasmettendosi attraverso la saliva con il morso di un animale infetto. Una volta penetrato nell'organismo attraverso una ferita, il virus si diffonde in senso centripeto lungo i nervi periferici per raggiungere midollo spinale e cervello. La disseminazione in senso centrifugo avviene, poi, lungo i nervi periferici ad altri tessuti come le ghiandole salivari. Il periodo di incubazione prima che si manifestino i sintomi a carico del sistema nervoso centrale è estremamente variabile, ma di solito va dalle 2 alle 8 settimane. L'eliminazione del virus attraverso la saliva inizia poco prima ( in genere 10 giorni ) dell'inizio della sintomatologia.
      Il decorso clinico è diviso in 3 fasi:
    • prodromica
    • furiosa
    • paralitica
    La prima, in genere, passa inosservata, è dato di osservare mutamenti comportamentali, la comparsa di febbre, riflessi palpebrali e corneali lenti, autotraumatismi. La fase furiosa provoca irritabilità, irrequietezza, aggressività, l'animale abbaia senza motivo, attacca oggetti inanimati, vaga senza meta. Nell'ultima fase si mette in evidenza una paralisi progressiva ascendente degli arti, della laringe, del faringe, dei muscoli masticatori cui seguono coma e morte. La rabbia è generalmente mortale negli animali domestici.
    Per la prevenzione esistono in commercio vaccini da somministrarsi annualmente sia per il cane sia per il gatto, anche se tale intervento profilattico non è obbligatorio se non per particolari zone, come ad esempio quelle alpine, del nostro paese. In caso di morso da parte di un cane od un gatto, questo è posto in quarantena ed osservazione per 10 giorni presso l'abitazione del proprietario od una struttura pubblica, a discrezione delle autorità sanitarie competenti. Durante questo periodo l'animale non deve venire a contatto con altri animali e deve essere controllato regolarmente al fine di costatare eventuali cambiamenti comportamentali o la comparsa di segni tipici della malattia.

    REAZIONI AVVERSE AGLI ALIMENTI
  • Per reazioni avverse all'alimento si intendono tutte le manifestazioni cliniche anomale od esagerate determinate dall'ingestione di un alimento o di un additivo alimentare. Tali reazioni possono essere dovute ad un'allergia alimentare (ipersensibilità), o ad un'intolleranza. Mentre l'ipersensibilità (allergia) è eziologicamente collegata con un meccanismo immunologico., l'intolleranza non è di natura immunologica, ma è da correlare con fenomeni idiosincrasici, metabolici, farmacologici o tossici.
    Reazioni avverse al cibo: patogenesi
    Le reazioni metaboliche dipendono dall'incapacità del soggetto di digerire un componente della dieta, quale ad esempio il lattosio per l'assenza dell'enzima lattasi. Le reazioni farmacologiche conseguono all'effetto farmacologico sull'animale di alcune sostanze contenute nel cibo. Le reazioni tossiche (intossicazioni alimentari) dipendono da tossine presenti nel cibo o prodotte da batteri contenuti nell'alimento. L'allergia alimentare, invece, riconosce un meccanismo immunologico per il quale vari allergeni ingeriti con il cibo sono in grado di stimolare una reazione di ipersensibilità nell'organismo, responsabile di prurito acuto e/ o cronico e di segni intestinali acuti quali diarrea e vomito. Gli allergeni più comuni sono quelli che contengono proteine di grandi dimensioni e quelli consumati più frequentemente.
    Frequenza degli allergeni alimentari nel cane e nel gatto
    -cane-
    manzo - latte di vacca 80%
    cereali (grano o soia) 5%
    additivi 5%
    Altro 10%: suino, cavallo, pollame, uova,
    pesce, muffe.
    -gatto-
    prodotti lattiero-caseari 25%
    pesce 20%
    cereali 20%
    additivi 10%
    uova 5%
    altro
    La cottura, la preparazione come anche la digestione del cibo possono alterarne o modificarne l'antigenicità ed aumentare od annullare la risposta allergica in animali sensibili. L'alimento in se costituisce per l'organismo il maggiore " fattore estraneo" con cui si confronta immunologicamente. La difesa nei confronti di un'ipersensibilità di tipo alimentare comporta una barriera della mucosa gastroenterica efficiente sotto il profilo immunologico. Ciò implica un processo digestivo corretto, l'integrità, la funzionalità dell'epitelio ed un'adeguata produzione delle immunoglobuline A. Una digestione efficiente porta alla degradazione completa delle proteine ingerite con l'alimento, mentre una sua ridotta funzionalità comporta lo scatenarsi di una reazione allergica secondaria all'intervento di grandi molecole di polipeptidi, con residuo potere antigenico. La stessa composizione del muco che ricopre la mucosa enterica costituisce un valido baluardo nei confronti di un antigene, in quanto la presenza in esso di molecole di carboidrati interferisce con la possibilità che l'antigene venga a contatto con i microvilli. Così le immunoglobuline IgA sono la più importante componente immunologica della barriera della mucosa a motivo della loro elevata concentrazione nelle secrezioni intestinali. L'allergia alimentare è una dermatosi non stagionale senza predisposizione di età, sesso o razza. Se la reazione è di natura immunomediata è necessario che l'animale abbia ingerito il cibo più volte per permettere una sensibilizzazione nei suoi confronti; per questo motivo l'allergia alimentare si sviluppa dopo un'esposizione ripetuta, a volte anche di anni, allo stesso cibo. L'intolleranza alimentare, invece, pur riconoscendo la stessa sintomatologia si può manifestare già dopo la prima volta che l'alimento è ingerito. Le manifestazioni cliniche di questa patologia coinvolgono la cute (85-90%), l'apparato gastroenterico (10-15%) (diarrea e vomito), raramente il sistema nervoso (crisi epilettiche), respiratorio (casi di asma) ed urinario (cistiti). Il sintomo dermatologico più frequente è il prurito, che può essere sia diffuso che localizzato; nel cane si manifesta più frequentemente in corrispondenza di zampe, ascelle, inguine, aree periorbitali ed orecchie, mentre l'otite è stata riconosciuta quale unico segno di allergia alimentare nel 25% dei casi ed è presente in circa l'80% dei cani con questa affezione. Nel gatto il prurito è localizzato principalmente a carico di testa, collo ed orecchie, ma si può osservare anche un eccessivo leccamento dell'addome. Le lesioni cutanee primarie dell'allergia alimentare sono rappresentate da papule e pustole (piccole bollicine ripiene di liquido più o meno chiaro). Per la diagnosi di allergia alimentare si può ricorrere a test volti ad evidenziare nel siero immunoglobuline specifiche per gli allergeni alimentari ed a quelli cutanei intradermici. Attualmente per convalidare il sospetto di allergia alimentare è eseguita una prova di eliminazione-stimolazione, che consiste nel somministrare all'animale per un periodo non inferiore alle 6-10 settimane una dieta ipoallergica, che dovrebbe portare alla regressione sino alla scomparsa dei sintomi clinici correlati all'allergia. Successivamente dopo la desensibilizzazione completa, il graduale reinserimento degli alimenti, prendendone in esame uno per volta, dovrebbe, se allergizzante, dopo poco tempo (da poche ore a pochi giorni) dalla somministrazione scatenare nuovamente una reazione di ipersensibilità e di conseguenza essere totalmente e definitivamente eliminato dalla dieta dell'animale.
      Le caratteristiche principali di un'efficace dieta ipoallergenica sono:
    • Una sola e nuova fonte di proteine e di carboidrati mai ingeriti dall'animale (es. agnello, cavallo, pesce, anatra, coniglio, struzzo, tacchino, patata, riso, orzo, farro);
    • Una dieta bilanciata;
    • Una dieta senza additivi, olio, burro, margarina, ma ricca di acidi grassi polinsaturi , omega 3 ed omega 6 in una corretta proporzione (5: 1, 10:1).
    Questa dieta può essere preparata in maniera casalinga dal proprietario dell'animale, oppure più semplicemente oggi esistono in commercio numerosi cibi ipoallergici ,che dovrebbero essere impiegati solo come terapia alimentare sotto consiglio del medico veterinario, che le prescriverà in caso di effettiva necessità e per il tempo necessario, periodo nel quale il proprietario dell'animale dovrà attenersi scrupolosamente alle indicazioni, non somministrando alcun extra (biscotti, avanzi di cucina, ecc.) per evitare di annullare e vanificare gli effetti della dieta desensibilizzante. Per quanto concerne la terapia ,l'allergia alimentare risponde agli steroidi solo nel 50% dei casi, quindi l'unico modo veramente efficace di trattare questa situazione patologica è evitare di somministrare il cibo responsabile dell'allergia; tuttavia la terapia cortisonica può essere utile ed efficace, molto più che gli antistaminici, soprattutto negli stadi iniziali.

    RICKETTIOSI
  • La rickettsiosi è un'affezione trasmessa da zecche, che può colpire il cane e l'uomo. Questa forma patologica nella specie umana si riscontra più comunemente in soggetti giovani ed è conseguente all'azione di zecche provenienti dal cane. E' contraddistinta soprattutto da febbre e cefalea, meno frequentemente da un rash cutaneo, mentre sintomi di natura neurologica si osservano solamente nelle fasi finali della malattia. La terapia con tetracicline è in grado di determinare la guarigione dei soggetti colpiti. Nel cane l'agente causale è la Rickettsia rickettsii e la trasmissione avviene per mezzo della saliva di una zecca come il Dermacentor od in seguito ad una trasfusione di sangue. La zecca necessita di un tempo relativamente lungo da cinque a venti ore per infettare l'ospite, come cane, gatto, uomo. Roditori e cane possono fungere da serbatoio di infezione. Il tempo d'incubazione è compreso tra i 2 ed i 14 giorni. Nei vari organi la Rickettsia si moltiplica nell'endotelio vascolare, dando luogo a microemorragie diffuse, aggregazione piastrinica, plasmorragia, ipotensione e shock. La sintomatologia clinica è caratterizzata da: febbre, abbattimento, edema a carico di labbra, scroto, prepuzio, orecchie, estremità degli arti, deambulazione difficoltosa, fuoriuscita di sangue da naso, bocca ed ano, dispnea, atassia, testa portata piegata, congiuntivite, aumento generalizzato dei linfonodi. Dal punto di vista diagnostico, oltre anamnesi e rilevi clinici diretti, è d'ausilio la positività ai test sierologici, evidenziabile, però, solo a distanza di 2-3 settimane dal momento dell'infezione. La terapia si fonda sull'impiego di antibiotici, quale la doxiciclina (10mg/Kg ogni 24 ore per os per 21-28 giorni), di soluzioni elettrolitiche ed eventualmente di trasfusioni di sangue in caso di accertata anemia. A fini preventivi si deve effettuare una scrupolosa eradicazione delle zecche dall'ambiente e trattamenti programmati nel cane contro gli ectoparassiti.

    ROGNA SARCOPTICA
  • E' un'affezione parassitaria, pruriginosa, assai contagiosa, non stagionale, che colpisce la cute del cane , sostenuta da un acaro, il Sarcoptes scabiei var.canis. Si evidenzia in soggetti di qualsiasi età e razza, soprattutto se questi vivono in comunità e consegue ad un contatto con un cane portatore della malattia 2-6 settimane prima della comparsa dei segni clinici. Questa affezione provoca nel cane un intenso prurito dovuto al fatto che l'acaro, dando luogo a dei veri e propri tragitti nella cute , causa un'irritazione meccanica, produce dei metaboliti ad azione irritante e secerne sostanze allergeniche, ipersensibilizzanti. Clinicamente si può osservare , oltre che prurito, alopecia ed eritema in corrispondenza di gomiti, arti inferiori, parte ventrale dell'addome e del torace ; cronicizzandosi il processo, può mettersi in evidenza un' area priva di pelo intorno agli occhi ed in corrispondenza del tronco. Dato che questa parassitosi risponde generalmente in modo positivo ai trattamenti e che i raschiati cutanei superficiali volti all'identificazione degli acari danno risultati molte volte falso negativi, sarà opportuno sottoporre a trattamento qualsiasi cane che presenti i sintomi clinici dell'affezione in questione. In caso di utilizzazione di bagni acaricidi, è necessario cospargere tutta la superficie corporea dell'animale compresa l'intera testa ed impedire che il cane si bagni tra un trattamento e l'altro. Per i bagni si può impiegare uno shampoo antiseborroico e quindi trattare l'intero animale con una soluzione di solfuro di calce al 2% con ftalmide di mercaptile o con bagni di malathion ,da eseguirsi una volta la settimana per due volte dopo la remissione dei sintomi clinici o per cinque settimane. In alcuni cani può risultare utile una terapia con prednisone (0.5 mg/Kg ogni 12 ore per os ) ed antibiotici per 2-3 settimane in caso di infezioni batteriche concomitanti. Sono stati anche utilizzati per il trattamento della rogna sarcoptica amitraz ed ivermectina , ma il loro impiego non è concordemente accettato. Nell'arco di due settimane generalmente la terapia mostra la sua efficacia, in caso di esito negativo sarà opportuno rivedere il protocollo terapeutico. Si deve tenere presente che la rogna sarcoptica è una zoonosi, per cui le persone che vivono con un cane colpito da questa forma patologica possono sviluppare un eritema pruriginoso, transitorio.
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    TENIASI
  • L'intestino tenue di cani e gatti può ospitare numerose specie di tenie, alcune più diffuse, altre meno. Tutti i cestodi hanno bisogno per il loro sviluppo di un ospite intermedio, per cui la frequenza con cui si possono riscontrare è legata alla possibilità di contatto tra l'ospite finale e quello intermedio. Generalmente le teniasi non provocano gravi effetti patologici nel cane o nel gatto, mentre le forme larvali possono essere causa di seri problemi per l'uomo. Tra i cestodi meritano di essere ricordati: la Tenia hydatigena, pisiformis, coenurus, l'Echinococcus granulosus, il Dipylidium caninum, il Diphyllobothrium latum. Le tenie sono trasmesse in seguito alla predazione di conigli e roditori. Il Dipylidium caninum è il cestode di più comune riscontro nelle popolazioni di cani e gatti in ambiente urbano ed è trasmesso in seguito all'introduzione per via orale di pulci, che allo stadio di larve ingeriscono le uova del cestode presenti nelle feci di cani e gatti. Sul piano dei rischi zoonosici, le infestazioni umane sono rare, ma di particolare gravità ove si consideri che a maggior rischio di ingerire pulci morte o parti di pulci sono i bambini. Per quanto concerne l'echinococcosi, l'Echinococcus granulosus è diffuso in molte aree italiane ove si pratica la pastorizia su vasta scala. Il parassita è in grado di infestare solo il cane ed i canidi selvatici, per tale motivo è opportuno non alimentare il cane in zone endemiche con visceri o carni di scarto crude così com'è buona norma non avere contatto con cani vaganti e lavare accuratamente le verdure crude. Il Diphyllobothrium latum è comune in determinate aree lacustri del Nord Italia. L'infestazione è conseguente all'ingestione di visceri o carni di pesci infestate da forme larvali e può interessare anche l'uomo che si alimenti con pesce poco cotto. La sintomatologia clinica indotta dalle tenie è contraddistinta da un intenso prurito a carico della regione anale, per cui l'animale tende a strofinare la parte sul terreno. E' possibile mettere in evidenza le proglottidi del parassita nelle feci emesse di recente o adese alla cute perineale; per tale motivo uno dei più comuni test diagnostici consiste nell'applicazione di un nastro adesivo in corrispondenza della regione anatomica suddetta al fine di evidenziare le caratteristiche forme parassitarie; infatti, a differenza degli altri parassiti intestinali le tenie sono molto più facilmente evidenziabili macroscopicamente che tramite esame microscopico. Il trattamento farmacologico di elezione, in caso d'infestione da tenie, si basa sull'impiego di: praziquantel (5 mg/Kg in un'unica somministrazione per via orale, sottocutanea od intramuscolare), in alternativa si può usare il fenbendazolo (50 mg/Kg al giorno per 5 volte) .

    TETANIA PUERPERALE O ECLAMPSIA
  • Entro le prime quattro settimane dopo il parto e con minor frequenza, al termine della gravidanza, prima del parto o nell'ultima fase dell'allattamento può verificarsi una caduta del livello del calcio ematico, che porta alla comparsa di crisi tetaniche e fenomeni convulsivi , potenzialmente letali. Questo evento patologico è segnalato più frequentemente nella cagna che nella gatta, soprattutto se appartiene a razze di piccola taglia. Sono fattori predisponenti un'eccessiva integrazione di calcio durante la gravidanza, un parto eccessivamente numeroso, un'alimentazione non corretta nel periodo precedente il parto e nella fase dell'allattamento. L'animale si presenta irrequieto, particolarmente nervoso, ha difficoltà alla deambulazione , che diventa rigida, compaiono tremori muscolari, tetania, febbre, convulsioni. In caso di tetania puerperale sarà opportuno allontanare la madre dai cuccioli , che saranno allattati artificialmente, applicare impacchi di acqua fredda all'animale colpito per abbassare la temperatura corporea dei pazienti con ipertermia, somministrare gluconato di calcio (1 ml/Kg di una soluzione al 10% per via endovenosa) avendo cura , però, di tenerlo sotto attenta osservazione . Superata la fase critica, all'animale dovrà essere somministrato carbonato, lattato o gluconato di calcio per os sino al termine della lattazione ed adottato un adeguato regime alimentare , in cui il rapporto calcio:fosforo sia pari a 1:1 o 1,2:1.

    TETANO
  • Infezione provocata da un germe anaerobio, il Clostridium tetani, rinvenibile nel terreno e nella flora intestinale dei mammiferi, il quale esplica la sua azione patogena penetrando nell'organismo attraverso soluzioni di continuo della cute. Le spore da esso prodotte elaborano una potente esotossina, in grado nell'arco di pochi giorni, ma anche mesi di indurre una grave sindrome clinica, molte volte ad esito fatale. Questa può presentarsi in una forma localizzata o generalizzata. La prima forma è caratterizzata da una più o meno accentuata rigidità dei muscoli o dell'arto posto in prossimità del punto di penetrazione delle spore, incoordinazione dei movimenti; l'esito può essere rappresentato da una regressione spontanea della sintomatologia o da una sua evoluzione verso un tetano generalizzato. Esso si contraddistingue per una tetania progressiva dei muscoli, contrazioni tonico - cloniche degli arti o dell'intero corpo, dispnea, orecchie tese, retrazione delle palpebre, delle labbra e dei bulbi oculari, difficoltà nell'articolare la bocca, disfagia, febbre, la provocazione di spasmi tetanici muscolari in seguito ad improvvisi stimoli esterni. Dal punto di vista terapeutico è opportuno pulire la ferita, irrigandola con acqua ossigenata, soluzione fisiologica, rimuovendo i detriti necrotici ed esponendola all'aria; mantenere l'animale in un ambiente tranquillo ed al buio; instaurare una cura di supporto mediante la somministrazione di fluidi, di acetilpromazina o diazepam per sedare il paziente, di antibiotici quale la penicillina per via parenterale od in loco, di immunoglobulina antitetanica, previa effettuazione di un test volto a saggiare eventuali reazioni da ipersensibilità.

    TOXOPLASMOSI
  • La toxoplasmosi è una malattia di origine protozoaria, di rilevante interesse per la sanità pubblica. Il Toxoplasma gondii, agente eziologico della toxoplasmosi, è un protozoo che si comporta come parassita intracellulare obbligato e si caratterizza per un ciclo biologico nel quale il gatto rappresenta l'ospite definitivo, mentre i mammiferi domestici e non, gli uccelli ed i rettili sono gli ospiti intermedi. La grande diffusione in natura del protozoo è legata ad alcune sue caratteristiche, quali l'assenza di un ospite- specificità, la presenza dell'ospite definitivo in ogni area geografica e l'elevata capacità di trasmissione del parassita, legata alla possibilità di passaggio dell'infezione tra gli ospiti intermedi tra loro, tra gli ospiti definitivi fra loro senza l'intervento degli ospiti intermedi e da un ospite definitivo a un ospite intermedio. Il gatto è il grande protagonista dell'epidemiologia di questa parassitosi, come ospite definitivo elimina con le feci le oocisti, che in 1 - 5 giorni raggiungono la maturazione nell'ambiente esterno e possono infettare tutti gli organismi a sangue caldo, uomo compreso, biologicamente ritenuti ospiti intermedi. Dopo l'ingestione, il parassita si moltiplica nell'ospite sino a quando non si sviluppi una risposta immunitaria. Si ha ,allora, la formazione di cisti nell'ambito di determinati tessuti (come muscolo, sistema nervoso), le quali non evocano una reazione flogistica e che possono riattivarsi solo in caso di gravi eventi immunosoppressivi a carico del soggetto colpito. Il gatto nasce non infetto da toxoplasma e l'escrezione delle oocisti avviene solamente durante la prima infezione. Solo l'1% dei gatti elimina oocisti (sino a 10 milioni per una defecazione) ed essi si infettano soprattutto predando uccelli, topi infetti o tramite l'ingestione di carni o visceri contenenti le cisti parassitarie. I gatti che abbiano subito una prima infezione con emissione di oocisti nelle feci sono considerati generalmente " resistenti " e non sono più eliminatori di oocisti nel corso di successive infezioni. I più pericolosi eliminatori di oocisti sono i gattini sino a quattro mesi di età e le cui feci devono essere attentamente esaminate prima di essere introdotti in ambiente domestico. L'infezione toxoplasmica nella specie felina raramente sembra trasformarsi in una forma clinica manifesta; la sua evoluzione è legata a fattori intrinseci all'ospite, come la funzionalità del sistema immunitario. Essa si manifesta in forma acuta in seguito a prolungati trattamenti con corticosteroidi o ad infezioni sostenute da virus come quello dell'immunodeficienza o della leucemia felina. Fattore di cui si deve tenere conto è anche la diversa patogenicità di ceppi di Toxoplasma presenti in natura e la dose infettante ingerita. La sintomatologia clinica che si riscontra con maggiore frequenza nel gatto interessa soprattutto l'apparato respiratorio, il tessuto epatico ed il sistema nervoso ed è rappresentata da anoressia, abbattimento, febbre, dispnea progressiva, lesioni oculari. La trasmissione della malattia all'uomo è influenzata da una serie di particolari situazioni ove si consideri, data la particolare suscettibilità degli animali da macello e la consuetudine del gatto di sotterrare le proprie feci, favorendo una notevole contaminazione tellurica, che le categorie maggiormente esposte al rischio di infezione sono costituite da persone, che, per abitudini alimentari o per scarsa igiene, si cibano di carni poco cotte e verdure crude mal lavate. La malattia si è particolarmente diffusa come infezione opportunistica nell'uomo colpito da AIDS od in seguito a trasmissione materno fetale. L'infezione fetale è rara quando la madre si trova tra la prima e la decima settimana di gravidanza, ma diviene altamente probabile quando è contratta tra la decima e la ventiquattresima settimana di gestazione; tale probabilità decresce per divenire minima tra la ventiseiesima e la quarantesima settimana. L'invasione del feto è un evento possibile solo se la madre non ha subito una prima infezione, necessaria a stabilire uno stato di premunizione efficace. Da qui l'opportunità di accertare nella donna, prima della gravidanza, la presenza di una risposta immunitaria testimone di infezioni precedenti in grado di proteggere il nascituro da infezioni materne nel corso della gravidanza. Per quanto riguarda la profilassi della toxoplasmosi le misure atte ad impedire la sua diffusione sono rivolte a prevenire l'escrezione oocistica da parte del gatto (somministrazione di carne cotta, allontanamento giornaliero delle feci emesse , raccolte in cassettine lavabili e disinfettabili). Nei confronti del toxoplasma, ma solo in particolari forme del suo ciclo biologico, si dimostra efficace l'associazione pirimetamina (0.25-0.5 mg/Kg per os ogni 12 ore per 2 settimane) - sulfadiazina (15 mg/Kg per os ogni 12 ore) e la clindamicina cloridrato ( 25 mg/kg al giorno per via orale, suddivisa in due somministrazioni per 4 - 6 settimane ).

    TRACHEOBRONCHITE INFETTIVA DEL CANE
  • Per tracheobronchite infettiva del cane o complesso tosse dei canili si intende un insieme di eventi patologici, di natura infettiva del tratto respiratorio del cane, altamente contagiosi, caratterizzati dall'insorgenza di una tosse secca , parossistica, che permane per più giorni e settimane. Essa ha un'eziologia multifattoriale, nel suo determinismo entrano, infatti, in gioco la Bordetella bronchiseptica, il virus della parainfluenza, l'Adenovirus canino tipo 1 e 2. E' trasmessa per via aerosol con la tosse e gli starnuti, riconosce un'incubazione di 3-10 giorni ed è particolarmente diffusa nei canili. La sintomatologia clinica può comparire in forma lieve o grave. La forma lieve è la più comune ed è caratterizzata da una tosse secca, ad accessi, particolarmente frequente quando l'animale è eccitato, facilmente provocabile con la trazione del collare, di durata variabile da 7 a 14 giorni. La forma grave è meno comune, colpisce soprattutto i cuccioli,in essi la tosse assume un carattere produttivo e può evolvere verso una broncopolmonite. Può essere presente febbre costante, bassa ed altalenante che influisce negativamente sull'appetito. Altri segni clinici comprendono: scolo nasale, letargia, anoressia, dispnea ed intolleranza all'esercizio. La diagnosi si basa sui sintomi clinici piuttosto caratteristici e l'anamnesi ambientale che può rivelare la fonte dell'infezione. Il trattamento terapeutico nel caso della forma lieve non è necessario, in quanto la stessa è autolimitante e si risolve nell'arco di 7-14 giorni. Nella forma grave si potrà ricorrere all'uso di antibiotici per almeno 10 giorni dalla risoluzione della sintomatologia ( tetracicline, amoxicillina + acido clavulanico, cefalosporine e/o enrofloxacin, gentamicina), mucolitici, broncodilattatori.. E' opportuno vaccinare i cani con un vaccino polivalente annualmente, è consigliabile isolare i soggetti colpiti da infezione e ricorrere a disinfezioni ambientali periodiche ,soprattutto nei canili.

    TRICOCEFALOSI
  • I tricocefali , come il Trichuris vulpis, si localizzano nell'intestino cieco del cane, nel quale possono dar luogo all'insorgenza di un'infiammazione acuta o cronica. Possono colpire cani di tutte le età, la loro diffusione è favorita dalle caratteristiche di longevità e resistenza delle uova del parassita, che può sopravvivere nell'ambiente esterno per alcuni mesi od anni. Le uova dei tricocefali, emesse nell'ambiente, in presenza di condizioni ambientali favorevoli (temperatura ed umidità) evolvono in larve infestanti e, se ingerite dall'animale, si trasformano nell'intestino in parassiti adulti. La vita nell'ospite dura circa 16 mesi. Le manifestazioni cliniche nel cane sono in funzione del grado di infestazione; i trichuridi si infiggono nella mucosa intestinale, dove si nutrono di sangue, per cui , se presenti in modo massivo, sono in grado di causare un'enterite emorragica accompagnata da uno stato di debilitazione acuta o cronica. La diagnosi si basa sull'evidenziazione delle caratteristiche uova del parassita mediante esame delle feci. La terapia farmacologica si fonda sul ricorso ad antielmintici a largo spettro di azione come il fenbendazolo (50 mg/Kg ogni 24 ore per 3-5 giorni consecutivi), il febantel (10-15 mg/Kg ogni 24 ore per tre giorni consecutivi), il mebendazolo (20 mg/Kg per os con il cibo ogni 12 ore per 3-5 giorni consecutivi).
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    ZECCHE
  • Cani e gatti possono essere infestati da zecche, le quali sono definite con il termine di ectoparassiti in quanto si localizzano sulla cute dell'animale differenziandosi dagli endoparassiti, i quali, invece, esplicano la loro azione patogena in corrispondenza degli organi interni dell'animale. Loro caratteristica è quella di essere diffuse in vasta parte del mondo, poiché sono in grado di infestare varie specie di animali sia domestiche sia selvatiche. Degli Ixodidi si conoscono attualmente 644 specie ,di cui 25 appartenenti a generi come Ixodes, Rhipicephalus o Dermacentor segnalati in Italia. Cani e gatti sono soprattutto affetti da zecche "dure" , così denominate dal momento che hanno il corpo provvisto di uno scudo dorsale, che nei maschi copre tutto il dorso e nelle femmine solo la parte anteriore dello stesso; il resto del corpo è coperto da un rivestimento cutaneo pieghettato ed elastico, che durante il pasto può estendersi permettendo al parassita di ingerire quantità di sangue di molte volte superiori al suo peso corporeo (sino a 100 volte). Spesso sono colorate, appiattite, dall'aspetto ovale, la testa lascia a considerare un rostro visibile dorsalmente, munito di una sorta di pungiglione con denti retroflessi, adatto a penetrare attraverso la pelle dell'ospite ed a consentire pasti di lunga durata. Le dimensioni possono variare dai 5 mm del maschio ai 12 mm della femmina, dopo che si è nutrita del sangue del cane o del gatto. Esse sono dotate di ghiandole particolari, che secernono una sostanza anticoagulante e che sboccano in corrispondenza delle zampe anteriori.. Le femmine depongono nel terreno in una sola volta da 350 a 18.000 uova in ammassi, dopo di che muoiono, mentre i maschi vengono a morte subito dopo l'accoppiamento. Dalle uova dopo 30-50 giorni circa , in funzione del grado di temperatura ed umidità del terreno, escono larve che attendono sull'erba, guidate da stimoli di varia natura, il passaggio di un ospite adatto su cui trasferirsi. Esse sono ematofagi obbligati, sono ,cioè, costrette a nutrirsi di sangue affinché possa verificarsi il processo di metamorfosi, caratteristico del loro ciclo vitale. La durata dei pasti è variabile , ma protratta nel tempo, di solito è più breve nei primi stadi di sviluppo (larva , ninfa), varia da 7 a 30 giorni; il maschio si alimenta saltuariamente. Periodi così lunghi sono necessari , perché queste non aspirano il sangue, ma s'ingorgano lentamente sfruttando la pressione sanguigna dell'ospite: compiono anche un'operazione di filtraggio, trattenendo del sangue soltanto la parte corpuscolata e rinviando all'ospite la parte liquida. E' con questo meccanismo che introducono sostanze tossiche ed agenti patogeni. Le zecche restano fissate all'ospite per 3-21 giorni. grazie ad una sorta di cemento adesivo da loro stesse elaborato. Si trasformano in ninfe ed infine in adulti , che si accoppiano sull'ospite. Alcune specie compiono il ciclo da larva ad adulto su un solo ospite, mentre altre dopo ogni pasto si lasciano cadere a terra, compiono una fase di sviluppo e quindi parassitano in periodi successivi nuovi animali, spesso di specie diversa. L'intero ciclo può durare da uno a più anni.
      Un'infestazione da zecche può dar luogo a tutta una serie di manifestazioni patologiche nell'animale colpito :
    • n infiammazioni localizzate a carico della cute, conseguenti all'azione esplicata dagli ectoparassiti in questione o da una parziale rimozione della parte cefalica degli stessi.
    • n Paralisi flaccida conseguente all'inoculazione di neurotossine presenti nella secrezione salivare delle zecche.
    • n Anemia , specialmente se i parassiti sono presenti in gran numero (una femmina adulta può assumere sino a 2 cc di sangue).
    • n Trasmissione di agenti infettivi da un animale malato ad uno sano, ad opera delle zecche che fungono da vettori proprio a motivo della notevole quantità di sangue ingerita . Così numerose e di particolare attualità sono le malattie trasmesse da questi ectoparassiti, come l'ehrlichiosi, le babesiosi, l'epatozoonosi, la malattia di Lyme.
    Le zecche devono essere prontamente rimosse dall'animale al fine di evitare la possibile comparsa di situazioni di natura patologia, ma da quanto sopra esposto emerge quanto sia importante operare in termini di prevenzione nei loro confronti. Andrebbero, perciò, in primo luogo evitati luoghi in cui comune sia la loro presenza anche se ormai esse sono presenti in tutti gli ambienti suburbani. Il ricorso costante all'utilizzazione di prodotti , facilmente reperibili in commercio, particolarmente efficaci per la loro azione repellente, in assenza di effetti collaterali nei riguardi dell'animale, costituisce un valido e consigliato mezzo per evitare un'infestazione.
      Esistono attualmente in commercio prodotti, i cui principi attivi sono in grado di esercitare un'efficace azione nei confronti di questi ectoparassiti:
    • carbamati : come carbaryl , methomyl,carbofuran, propoxur, agiscono per contatto, a persistenza media
    • esteri fosforici: diazinone,dichlorvos, fenthion, coumaphos, ruelene, malathion, parathion, citiotato, chlorpyriphos, ad azione sistemica e per contatto, a persistenza non prolungata
    • clornicotinici: imidacloprid, azione per contatto, idrosolubili, buona efficacia residuale
    • piretroidi: piretrina, permetrina, tetrametrina, cipermetrina, deltametrina, flumetrina, agiscono per contatto, a persistenza ridotta, solubili in acqua, impiego non sempre possibile nel gatto
    • fenilpirazoli: fipronil, agisce per contatto, a persistenza prolungata., ampio spettro di attività, stabile, insolubile in acqua

    ZOONOSI CANE
  • Le zoonosi hanno sempre suscitato numerose perplessità sui rischi derivanti dal tenere in casa dei piccoli animali ed alimentato una serie di credenze , di tipo stregonesco, circa la convivenza uomo-animale. E', in ogni caso, da sottolineare come il forte inurbamento e la crescita a dismisura delle città costituiscano lo scenario più recente dell'avventura uomo animale. La città non rappresenta un ecosistema armonioso, ma un'entità artificiale che incide profondamente sulla vita dell'uomo e degli animali, determinando l'insorgenza di nuovi problemi come il randagismo, turbe comportamentali, patologie condizionate da infezioni ed infestioni animali. Si tratta molto spesso di forme morbose in cui il fattore eziologico (germe, parassita, ecc.) necessita di una serie di fattori predisponenti e condizionanti, che agiscono a livello di organismo aumentandone la recettività od incrementando l'esposizione all'agente infettante od infestante. Per un utile orientamento accenneremo alle principali forme morbose, che possono trasmettersi dal cane all'uomo.
    Le micosi cutanee sono certamente più frequenti in ambiente urbano. Negli animali possono essere secondarie ad errori di alimentazione, ad eccessivi ed irrazionali trattamenti del pelo, a dermopatie. L'ambiente umido e caldo favorisce la diffusione nell'ambiente dei miceti, che danno luogo, in seguito a prolungato contatto, a lesioni di tipo alopecico, di aspetto più o meno rotondeggiante, localizzate in determinate parti del corpo. Gli animali da compagnia possono essere fonte di contaminazione multipla. La gran parte delle zoonosi derivanti dal cane riconosce una genesi batterica, anche se le effettive probabilità di contagio sono da considerarsi relativamente poco comuni rispetto agli animali colpiti da infezione e potenzialmente infettivi. E' evidente che un eventuale contagio avviene solo per il concorso e la concomitanza di particolari condizioni favorevoli. Così nel cane la Brucellosi ha carattere del tutto episodico e riveste un ruolo marginale sotto il profilo epidemiologico. Essa è caratterizzata da sintomi e lesioni a carico dell'apparato genitale maschile e femminile come aborto, sterilità, fatti infiammatori. Il momento più pericoloso per un eventuale contagio è l'aborto e la presenza di secrezioni vaginali, in cui il numero dei microrganismi è particolarmente elevato. Sono state segnalate infezioni da Salmonella nell'uomo in seguito a contaminazioni massive conseguenti a contatto diretto con materiale fecale di cani, soprattutto giovani, affetti da forme enteriche in atto oppure con prodotti dell'aborto di cagne o cuccioli nati prematuramente per un'infezione contratta in utero. La salmonellosi è stata segnalata nei carnivori domestici, in cui induce la comparsa di una gastroenterite acuta, talora grave (cucciolo), ma generalmente non mortale. Il contagio, spesso, segue un'infezione inapparente, che può determinare uno stato di portatore, caratterizzato da eliminazione intermittente del germe. Il largo impiego della vaccinazione ha contribuito a ridurre sensibilmente l'incidenza della Leptospirosi nel cane e quindi il rischio per l'uomo. Il cane è recettivo a diversi sierotipi di leptospire patogene ed un certo grado di pericolosità può derivare dal fatto che questi può infettarsi senza manifestare segni clinici apprezzabili, essendo in grado di perpetuare il contagio con le urine. Sotto questo aspetto rivestono importanza soprattutto i cani randagi ed in secondo luogo quelli che vivono in prossimità od all'interno di allevamenti, specie di suini, infetti.
    Per le zoonosi virali è da tenere in particolare considerazione la Rabbia. E' questa una malattia infettiva, che ha avuto una profonda evoluzione e risulta fondamentalmente confinata ad un habitat "silvestre". Non esiste un criterio clinico assoluto per una diagnosi diretta di rabbia, perché si tratta di una malattia con polimorfismo sintomatologico. Pertanto il sospetto di rabbia, specialmente se ci si trova in una zona a rischio, si può prospettare qualora si sia di fronte ad un animale con comportamento anormale, con aggressività inusitata o che presenti segni di encefalomielite acuta con parossismi furiosi o fatti paralitici. Non si ha una vera e propria idrofobia, sintomo che un tempo dava il nome a questa malattia, ma la paralisi degli organi della deglutizione e della mandibola con impossibilità di assunzione dell'acqua. La rabbia è trasmessa all'uomo attraverso una morsicatura e le disposizioni di polizia sanitaria prevedono un periodo di 10 giorni in cui l'animale morsicatore deve essere sottoposto a sorveglianza veterinaria (dato che il tempo di incubazione si aggira dai 2 agli 8 giorni). Va ricordato che in Italia alla frequenza di segnalazioni di morsicature nelle persone ha corrisposto un'analoga frequenza di "non conferma" nell'animale in osservazione.
    Il problema delle zoonosi parassitarie derivanti dalle contaminazioni ambientali conseguenti alla presenza di animali da compagnia non è sempre di facile risoluzione. Tra queste meritano di essere ricordate l'Idatidosi, le sindromi da Larva migrans anche se altri parassiti possono accidentalmente infestare l'uomo. L'idatidosi è una malattia parassitaria dovuta all'ingestione di oncosfere di tenie del genere Echinococcus, la quale una volta era confinata soprattutto all'ambiente agro-pastorale, ma che oggi sembra in grado di filtrare attraverso le maglie delle norme igienico sanitarie, stabilendo cicli urbani di infestazione. I nematodi del genere Toxocara sono i maggiori responsabili delle sindromi da larva migrans viscerale ed oculare, provocate dall'ingestione occasionale delle uova embrionate del parassita in seguito alla contaminazione fecale dell'ambiente, mentre non sembra esserci una correlazione significativa tra coabitazione in ambiente domestico con il cane e la malattia.

    ZOONOSI GATTO
  • La coesistenza uomo/animale non è solo possibile, ma realizzabile in un moderno contesto urbano, se è adottata una corretta gestione dell'ambiente , realizzato uno accurato controllo delle popolazioni animali presenti ed attuata un'adeguata educazione della cittadinanza .Tutto ciò risulta particolarmente importante ove si consideri la situazione ecologicamente non corretta delle città italiane, caratterizzata da carenze di spazi verdi , strutture alienanti ed asfittiche, da abitanti che hanno perso il contatto con la natura. Uno dei problemi di sanità pubblica legati alla presenza di animali in zone urbane è indubbiamente costituito dalle zoonosi, che hanno un loro ciclo "operativo" proprio in questo ambito . Il gatto come il cane costituisce uno degli anelli di questa catena, ma sarebbe certamente tipico di una mentalità ignorante e gretta attribuire a questo il ruolo dell'untore e generare delle situazioni di allarme ingiustificato allorché ci si trovi in presenza di un problema patologico, potenzialmente zoonosico, che dovesse insorgere nell'animale o nel nucleo familiare in cui esso vive. Da una conoscenza dei problemi sanitari connessi con la coesistenza uomo/animale da parte degli operatori del settore e da un approccio nei confronti del cittadino /proprietario dell'animale secondo criteri scientifici deve scaturire un'impostazione corretta del problema. Numerosi sono i possibili eventi zoonosici, alcuni dei quali ,però, relativamente poco comuni, per cui sono stati trattati solo i più frequenti e rilevanti dal punto di vista pratico. La maggior parte delle malattie trasmissibili che colpiscono l'uomo in provenienza dal gatto riconosce una causa batterica. La loro incidenza ed il loro significato epidemiologico hanno subito nel tempo profonde variazioni per i mutamenti avvenuti nell'habitat, per il ricorso a massicci interventi profilattici nei confronti delle malattie infestive ed infettive, per le migliorate condizioni igienico-sanitarie di vita. Diversa è, invece, la situazione per determinate infezioni. E' questo il caso , ad esempio, della Campylobacteriosi. I microrganismi responsabili di questa malattia si ritrovano in una grande quantità di ospiti animali. Il contagio si realizza per via orale in seguito a contaminazione diretta od indiretta a mezzo di materiale fecale proveniente da persone od animali ammalati o portatori. Non tutti i ceppi di provenienza animale sono in grado di provocare enterite nell'uomo; nel gatto questo germe è stato isolato nel corso di manifestazioni gastroenteriche acute e da soggetti viventi in gattili piuttosto che tenuti in casa. Il problema della tubercolosi dei carnivori domestici è andato sensibilmente ridimensionandosi nel nostro paese grazie alle severe misure previste nei piani nazionali di eradicazione degli allevamenti bovini e ad un più efficace controllo in campo igienico-sanitario. Il gatto è recettivo alla tubercolosi e tale recettività si estrinseca in forme anatomo-cliniche a carattere evolutivo, coinvolgenti più organi ed apparati e comportanti spesso un'ampia disseminazione di micobatteri. Questo animale ha una notevole sensibilità nei confronti del micobatterio di tipo bovino ed un'altrettanta notevole resistenza al tipo umano. Le principali manifestazioni cliniche in caso di infezione sono soprattutto a carico dell'apparato respiratorio (broncopolmonari e pleuriche), ma sono state segnalate localizzazioni cutanee di tipo ulcerativo, altamente contagiose. Di scarso rilievo è ,comunque, ai fini pratici l'incidenza dell'infezione tubercolare nella specie felina e la possibilità di contagio per l'uomo.
    Nel gatto la clamidia può essere causa di infezioni di tipo congiuntivale, spesso complicate da polmonite. L'infezione da clamidia è da considerarsi un'entità nosologica comune nel felino domestico , soprattutto di giovane età, in cui può acquisire l'aspetto di una vera e propria endemia, con una netta tendenza alla cronicizzazione. Che questa forma possa essere considerata una zoonosi deriva dalle numerose segnalazioni di casi di congiuntivite in proprietari di gatti riconosciuti affetti da tale manifestazione patologica.
    Altra malattia trasmissibile all'uomo è quella legata al graffio del gatto e sostenuta dalla Bartonella henselae. Questa affezione è spesso osservata in bambini in conseguenza di un graffio o di una ferita penetrante. Essa è caratterizzata dalla comparsa di papule eritematose nel punto di inoculazione una o due settimane dopo il graffio od il morso e contemporaneo interessamento del linfonodo regionale. Può insorgere febbre, malessere, anoressia, mialgia e nausea. Il decorso è in genere benigno e la forma autolimitante, nel senso che può guarire spontaneamente.
    Per quanto concerne le affezioni virali il gatto può essere colpito dalla rabbia, anche se il rischio di infezione è fondamentalmente limitato a soggetti randagi, che occasionalmente vengano a contatto con animali selvatici infetti in determinate situazioni ambientali (es. discariche, alcune zone montane, ecc.). Nel gatto la rabbia può manifestarsi con modificazioni generali del comportamento quali istinto alla fuga che lo spinge a rifugiarsi in luoghi appartati e bui dove resta in decubito emettendo miagolii lamentosi; se disturbato, può avere crisi di furore ed aggressività. Stimoli uditivi, visivi, tattili scatenano risposte eccitative. Se prevale la forma furiosa, l'aggressività può assumere carattere demenziale con manifestazioni di furore impressionanti. Spesso si nota un'accentuazione della libido e contrazioni spastiche dei muscoli della coscia, della testa, ecc., a cui fa rapidamente seguito una fase depressiva con insorgenza di fenomeni paralitici , paraplegia e decubito permanente. Le zoonosi parassitarie che possono derivare dal contatto gatto - uomo sono principalmente rappresentate da particolari situazioni ambientali, per una contaminazione causata dalla non adozione di misure igieniche in ambito urbano e non tanto per l'ingestione di prodotti di origine animale parassitati . I nematodi del genere Toxocara sono i maggiori responsabili delle sindromi da larva migrans viscerale ed oculare, causata dall'ingestione occasionale delle uova embrionate di questo parassita . Non sembrano possibili correlazioni statisticamente significative tra coabitazione in ambiente domestico e malattia. Differente è il caso dei bambini, che possono ingerire le uova embrionate per geofagia e dei componenti di comunità rurali, che possono consumare vegetali mal lavati. La diffusione della toxoplasmosi è in gran parte dovuta alla contaminazione fecale conseguente all'aumento dei gatti, che vivono in stato di semirandagismo nelle città. Il gatto è l'unico ospite definitivo del toxoplasma e ,in quanto tale, elimina con le feci le oocisti in grado di resistere nell'ambiente. L'uomo si infesta ingerendo cisti tissutali presenti in carni crude o poco cotte, più difficilmente direttamente dal gatto, il quale è piuttosto "pulito" e non permette alle feci di restare a lungo sulla cute in modo da consentire la sporulazione (cioè l'attivazione) delle cisti e quindi la loro infettività. Per evitare la trasmissione sarà opportuno: non alimentare il gatto con carni crude, nonpermettergli di cacciare, pulire la cassetta ogni giorno con acqua calda. L'uomo può, poi, essere infestato da vari ectoparassiti . Nota è l'infestazione dell'uomo da Notoedres cati, la quale è in genere superficiale e scompare nel giro di un mese. La sensibilità alla trasmissione dell'acaro è maggiore in caso di eventi immunosoppressivi.
    Le pulci del gatto sono particolarmente diffuse in ambiente urbano e possono causare nell'uomo reazioni orticarioidi e la comparsa di papule. Accanto alla possibilità di un danno diretto le pulci sono responsabili della trasmissione di endoparassiti come il cestode Dypilidium caninum.
    Le zecche, parassiti assai comuni scarsamente specie specifici del gatto, sono responsabili di contaminazioni di ambienti domestici. Accanto al trauma tessutale provocato dalla puntura ed all'azione anemizzante ed allergizzante, esse possono veicolare agenti patogeni, che inducono l' insorgenza di manifestazioni patologiche nell'uomo.
    Nella specie umana sono note le cosiddette tigne del cuoio capelluto, della pelle glabra, delle pieghe, degli spazi interdigitali della mano o del piede. Esse sono dovute a dermatofiti, cosmopoliti ed ubiquitari, che possono trovarsi anche sul pelo di animali come il gatto, che può, quindi, costituire una sorgente di contaminazione. Le lesioni sono caratterizzate da alopecia e scadimento dell'aspetto del mantello, aree di caduta del pelo irregolari o nettamente circolari.

    ZOONOSI UCCELLI
  • E' relativamente ampio il numero delle affezioni che colpiscono gli uccelli e che possono essere potenzialmente nocive per l'uomo. Comunque, fatta eccezione per la clamidiosi, rare sono le segnalazioni di tali eventi morbosi se non in individui con deficit immunologici. Clamidiosi Denominata anche psittacosi, volendo riferirsi alla forma patogena per l'uomo e per gli uccelli psittacidi, è un'affezione che può colpire specie diverse come ad esempio l'uomo, il bovino, il gatto, la capra, la pecora, il suino. La maggior parte dei casi nella specie umana è secondaria ad un'infezione contratta da psittacidi, piccioni o tacchini, anche se è possibile la trasmissione da un uomo all'altro. Si ha una notevole variabilità per quanto concerne la patogenicità dei vari ceppi di Clamidia, infatti, alcuni di essi fanno parte della normale flora intestinale senza dar luogo ad alcun sintomo morboso, altri, invece, sono altamente patogeni, specialmente in seguito all'azione di fattori stressanti. Nei pappagalli quest'infezione presenta un quadro clinico assai variabile e può essere asintomatica come nel caso di soggetti portatori, o letale con interessamento di più organi ed apparati. La maggior parte degli uccelli può essere portatrice sana per anni. In caso di malattia si può osservare congiuntivite, diarrea, aumento dell'orinazione, difficoltà respiratoria, dimagramento, penne arruffate e con minore frequenza una sintomatologia nervosa, come paralisi degli arti o torcicollo. Il periodo di incubazione può variare da pochi giorni a diversi anni. L'uomo si infetta in seguito all'inalazione di materiale fecale polverizzato od al contatto con scoli congiuntivali od oculari e la malattia decorre con febbre, diarrea, mialgia, congiuntivite, faringite. Nei casi più gravi può comparire bronchite, polmonite, endocardite. La maggior parte delle persone colpite da una blanda forma di clamidiosi guarisce spontaneamente. Non facile è una diagnosi clinica di clamidiosi in un uccello e sono necessari test di laboratorio per una diagnosi di certezza. Il trattamento farmacologico si basa sull'uso prolungato, anche un mese e mezzo, di antibiotici. Per il controllo della malattia è consigliabile attenersi ad accurate misure di disinfezione ed evitare il contatto con uccelli selvatici. Salmonellosi La salmonella è un agente patogeno comune degli uccelli ed è stato isolato da un gran numero di specie aviari; di questa esistono vari sierotipi e la maggior parte di quelli che infetta gli uccelli è potenzialmente nociva per l'uomo. Gli uccelli possono infettarsi da altri animali od anche per via transovarica o per contaminazione ambientale (la salmonella può sopravvivere nel suolo per lungo tempo). La malattia si presenta con abbattimento, perdita di appetito, diarrea, dimagramento, artrite, febbre, aumento dell'orinazione. Qualora si sospetti la presenza di salmonella sarà opportuno sottoporre le feci dell'animale ad un esame batteriologico, anche se questo potrebbe essere negativo in portatori sani che eliminano il germe in maniera intermittente. L'uomo si infetta in seguito all'ingestione di materiale alimentare contaminato, mentre è rara la trasmissione conseguente al contatto con uccelli in gabbia. Negli uccelli la terapia si basa sull'impiego di antibiotici per 3-5 settimane, preferibilmente somministrati per via parenterale. Il proprietario deve essere informato che l'animale potrebbe rimanere portatore sano per tutta la vita. Tubercolosi Tre sono le specie di micobatteri che possono provocare la tubercolosi negli animali a sangue caldo (M. bovis, avium, tubercolosis);l'uomo risulta abbastanza resistente nei confronti del M.avium, mentre un gran numero di specie sono suscettibili solo ad esso. La malattia nella specie umana è caratterizzata dallo sviluppo di granulomi multipli a carico di organi diversi e può manifestarsi in conseguenza dell'inalazione o dell'ingestione di un determinato numero di microrganismi. Il M. avium è endemico nel mondo ed è stato isolato in un gran numero di uccelli, compresi quelli da gabbia, anche se con un'incidenza piuttosto modesta. Esso può infettare l'animale per via digerente, ha un periodo di incubazione che può andare da alcune settimane a mesi. Dal punto di vista diagnostico si possono sottoporre le feci dell'uccello ad esame microscopico, previa opportuna colorazione per gli acidoresitenti, per evidenziare l'eventuale presenza dei micobatteri o procedere a particolari esami colturali, in caso di morte del soggetto. E' controverso il fatto di trattare gli uccelli, dal momento che il M.avium è resistente ad un gran numero di antibatterici e non sono stati ben stabiliti adeguati protocolli chemioterapici. Giardiasi La Giardia lamblia è un comune parassita dell'apparato digerente dell'uomo, diffuso in vari paesi del mondo, in cui provoca la comparsa di una sintomatologia caratterizzata da diarrea acquosa, malassorbimento, secchezza della pelle e dei capelli. La trasmissione dell'infestione avviene nella maggior parte dei casi da uomo ad uomo, ma si ritiene che sia possibile che questo parassita possa passare anche dall'animale all'uomo. La giardia colpisce una gran varietà di uccelli da gabbia, con un'incidenza anche piuttosto elevata e probabilmente in funzione delle modalità d'allevamento. Ne risultano affetti soprattutto i soggetti giovani, che possono manifestare diarrea, dimagramento, debolezza degli arti, morte improvvisa. Dal punto di vista diagnostico è possibile individuare la presenza del parassita mediante un esame coprologico. La trasmissione all'uomo può avvenire in seguito all'ingestione di cisti del parassita presenti nell' acqua contaminata o nelle feci polverizzate nell'ambiente. Le cisti possono sopravvivere per mesi all'esterno e divenire infestanti dopo 1-7 giorni. Le basse e le alte temperature sono in grado di inibire l'azione patogena di questo parassita. Ai fini profilattici sarà buona regola mettere in quarantena nuovi soggetti prima di immetterli nel nuovo habitat e provvedere sia ad un esame preventivo delle feci che ad un'accurata disinfezione delle gabbie. Candidiasi La candida albicans è un micete che può infettare uomo ed uccelli. Nella specie umana in genere da luogo a fatti infiammatori a carico dell'apparato digerente, della cute, dell'apparato genitale femminile, delle prime vie aeree. Negli animali l'infezione è secondaria ad altri processi morbosi in atto, ad errati trattamenti farmacologici, a deficit immunologici. Negli uccelli la candidiasi può indurre la comparsa di rigurgito, necrosi rinotecale, infiammazioni difteroidi. La diagnosi scaturisce dal rinvenimento dell'agente causale nei tessuti colpiti o nelle feci mediante esami batteriologici. Alveolite allergica E' un'evenienza tutt'altro che rara nell'uomo, in cui si caratterizza per l'insorgenza di una forma estrinseca (tosse, difficoltà respiratoria, febbre), che può decorrere sotto forma acuta, subacuta o cronica, può insorgere anche a distanza di 4-8 ore dal contatto con il volatile e può autolimitarsi in seguito all'allontanamento del volatile. Certamente è più grave la forma cronica, dal momento che i sintomi possono essere confusi con quelli di una forma influenzale. Oltre che con la terapia farmacologica, si dovrà intervenire in caso di allergia rimuovendo la sua causa dall'abitazione dal momento che è stato osservato come un successivo contatto, anche a distanza di tempo, con piume o feci possa scatenare un ulteriore crisi. Per evitare l'insorgenza di una tale forma patologica può essere buona norma allorché si procede alla pulizia della gabbia usare una mascherina od installare un sistema di filtrazione dell'aria nel caso si possegga una grande voliera.

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